Piccolo manifesto di Disobbedienza Civile[1]

Il momento storico che stiamo vivendo ha reso palese che un governo vuoto, senza idee, senza principi guida, senza moralità, senza un’etica che lo guidi, è solo un fantoccio fatto di pezza.

In un tempo di vuoto d’autorità, lo Stato si palesa per ciò che è veramente: un’istituzione che vive e sopravvive grazie al monopolio della forza fisica, un commando di uomini armati.

In un tempo in cui i governanti sono umanamente poveri, esistenzialmente spaesati e senza valori; in un momento in cui le nostre domande diventano difficili e incalzanti, il dialogo viene stroncato sul nascere con l’utilizzo dei mezzi più biechi e antidemocratici: la minaccia, la segregazione, le sanzioni.

Nella misura in cui non può colpire idee o pensieri, nella misura in cui non può colpire l’uomo, la sua essenza libera e il suo spirito, lo Stato decide di punire il corpo; proprio come i ragazzini, che se non possono arrivare a qualcuno per il quale portano rancore finiscono per maltrattarne il cane.

Diviene chiaro allora che lo Stato è stupido, timoroso come una zitella in mezzo alla sua argenteria, incapace di distinguere gli amici dai nemici.

Controllati con elicotteri, intimoriti dalle ronde, costretti nelle nostre case diventate piccoli teatri dell’assurdo, siamo stati privati di ogni dignità, senza opporre resistenza.

L’unica arma che lo Stato ha avuto per fare leva sul popolo, è la paura della morte. Ci hanno mostrato numeri, ci hanno mostrato bare, ci hanno mostrato camion militari trasportare feretri, ci hanno annichilito in questo modo: la paura punta a trasformare il dialogo in monologo, soltanto qui riesce a conservare l’ultima parola.

Ci hanno messo davanti eventi tremendi in modo che non chiedessimo risposte ne motivazioni, in modo che fossimo sudditi impauriti, accondiscendenti e muti.

Ma dovremmo essere prima di tutto uomini, e poi sudditi. Non c’è da augurarsi che l’uomo nutra rispetto per la legge, ma che sia devoto a ciò che è giusto.

La legge non ha mai reso gli uomini più giusti, neppure un po’; anzi, proprio a causa del rispetto delle leggi perfino gli uomini di buoni principi si trasformano quotidianamente in agenti di ingiustizia.

Ecco cosa ci ha dato il governo con le sue istituzioni: minaccia, violenza e minaccia della violenza. Ma nessuna speranza!

Ma quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati ma per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato!

In questo scenario di delirio e paura, l’unica via è ritornare in sé stessi; quando le uniche risposte che si ricevono dall’esterno sono bugie mascherate da verità, l’unica via è fare appello alla propria profondità: per sapere cosa è giusto non mi servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito: la coscienza dell’uomonon ingannato attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni.

È così che io dichiaro la mia disobbedienza civile, la mia ribellione nei confronti di un governo che non mi rappresenta perché rappresenta solo sé stesso; che non mi protegge, perché vuole difendere solo i suoi scranni; che non mi dà speranza perché la sua unica possibilità d’azione è incutermi paura; che non mi sostiene perché deve sostenere sé stesso, al di là di tutto e tutti.

Ciononostante, al di là dei soprusi e delle ingiustizie, lo Stato continua la sua nenia assordante e, in maniera imperativa, ripete “riconoscimi!”.

Ma, dato l’attuale stato delle cose, il modo più semplice, più efficace, e assolutamente necessario per trattare con esso su questo tema, esprimendo con ciò la propria piccola soddisfazione il proprio amore nei suoi riguardi, è rifiutarsi di riconoscerlo

Ma come deve comportarsi un uomo, oggi, nei confronti di questo governo?

La mia risposta è che non può essere complice senza che ciò gli rechi disonore 

Solo così saremo utili allo Stato, per essere utili a noi stessi: usando la nostra coscienza e diversificandoci dalla massa.

È in questo modo, infatti, che la massa serve lo stato, non come uomini ma come automi, solo con il corpo.

Nella maggior parte dei casi non vi è alcun libero esercizio né della facoltà di giudizio, né del senso morale; si mettono al livello del legno, della terra, della pietra. Forse, si potrebbero addirittura fabbricare uomini di legno che servono altrettanto bene alla causa. 

Ma noi non siamo esseri di legno, noi vogliamo far sentire la nostra voce, noi vogliamo dare voce alle nostre idee, noi abbiamo domande che meritano risposte, noi abbiamo una coscienza e siamo consapevoli di essere vittime di un governo incapace ma astuto.

Nella nostra epoca, ogni giorno può portare alla ribalta sistemi inauditi di coercizione, di schiavitù e di sterminio (…) la legalità è invece rappresentata dalla resistenza, in quanto essa rivendica i diritti fondamentali del cittadino, che sono garantiti, nella migliore delle ipotesi, dalla Costituzione, anche se spetta al singolo metterli in atto.

Noi siamo consapevoli che le risposte che ci meritiamo, probabilmente, non arriveranno mai, perché lo Stato non si confronta mai, intenzionalmente, con il sentimento intellettuale o morale di un uomo, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi.

Non è dotato di intelligenza né di onestà superiore, ma solo di superiore forza fisica.

Ma io non sono nato per essere costretto.

Respirerò liberamente.

Vedremo chi è il più forte.

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