Filosofia

La lettura “alta”.

Il pensiero critico ha bisogno di essere depurato, o analizzato più in profondità, e chiarito nelle sue varie sfaccettature. A prima vista è facile pensare che si potrebbe fare filosofia in modo puramente critico, dimostrando l’inconsistenza e l’infondatezza delle diverse teorie, e criticando i vari pensatori della storia della filosofia; spesso e volentieri la filosofia si pone in effetti proprio così.

L’identificazione della filosofia con questa lettura “alta” la fa passare per una materia ostica, fatta di tesi e contro-tesi, assunti e confutazioni ma, così facendo, identificando cioè la filosofia con i suoi prodotti – ossia una determinata filosofia o concetto – la si riduce all’empirico, operazione che la rimpicciolisce infinitamente.

La filosofia come creazione.

Una filosofia non è una determinata filosofia, il filosofo non è un creatore di concetti – come pure volevano Deleuze e Guattari di “Che cos’è la filosofia?” – ma è colui che – e qui Deleuze e Guattari hanno avuto un’importante intuizione – opera tagli nel caos, è colui che dà ordine e significato ad una porzione di caos.

In tal senso il filosofo è un osservatore curioso che, se proprio qualcosa deve creare e il modello economico-produttivo in cui viviamo ce lo impone – crea delle prospettive.

La filosofia è lo strumento grazie al quale vivono prospettive nuove e sempre diverse. Creare nuove prospettive è un lavoro di immaginazione e creatività senza precedenti ma che richiede, anteriormente, quel pensiero critico di cui si diceva sopra, come sua parte irrinunciabile e necessaria (ma non sufficiente), che metta in discussione la realtà per aprire lo spazio ad altro.  

Nuove prospettive: la filosofia come unione di teoria e pratica.

Come creatrice di prospettive la filosofia si pone al contempo come pratica e teorica:

nel momento pratico, attraverso il senso critico, crea nuove prospettive per leggere la realtà e modificarla[1], opera tagli nel caos e struttura significati con valenza pratica;

nel momento teorico raccoglie tutti i significati che ha originato strappandoli al caos e li organizza, come la hegeliana nottola di Minerva, necessariamente a posteriori, per dargli un senso unitario.

Resta perciò vero, solo parzialmente, ciò che Hegel sosteneva, e cioè che la filosofia debba ordinare la realtà a posteriori e, per questo fosse, impossibilitata a modificarla: l’opera di modifica è implicita nel pensiero critico.

Solo nel momento in cui problematizzo il reale provo a capirlo seriamente e, nella misura in cui elaboro una nuova prospettiva di lettura che influenza il mio agire – fosse anche solo il mio –, ho già trasformato la (mia) realtà.


[1] La gramsciana “Filosofia della Praxis” vedeva nel momento critico il proprio aspetto puramente pedagogico: l’intento era quello di scardinare nel discente il senso comune e il folklore cristallizzato, sostituendolo con un nuovo senso comune elaborato a partire dalla concretezza della realtà storica. Cfr. M. Baldacci, Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci, Carocci Editore, Roma, 2017.