Linee Guida

Approccio teorico

La cosa che più mi stupisce nel leggere le analisi riguardanti l’incontro tra la filosofia e i bambini è che la relazione tra questi due termini venga letta e vista come stridente, come non adatta, come un qualcosa bisognoso di giustificazioni razionali, pedagogiche e didattiche per guadagnarsi una propria dignità.

A prima vista è facile pensare che “si potrebbe infatti fare filosofia in modo puramente critico, dimostrando di continuo l’incapacità dei cosiddetti esperti e l’infondatezza delle comuni fonti di autorità (…)”[1] e spesso e volentieri la filosofia vive di questa lettura “alta” e passa per essere una materia ostica, fatta di tesi e contro-tesi, assunti e confutazioni, sicuramente inadatta a dei bambini. Ma, così facendo, identificando cioè la filosofia con i suoi prodotti – ossia una determinata filosofia o concetto – si riduce la filosofia all’empirico e al materiale; in questo modo la si rimpicciolisce infinitamente e si mischia in maniera confusionaria la filosofia come studio e la filosofia come attività.[2]

Ci troviamo evidentemente di fronte ad una mistificazione culturale che ha dato alla filosofia quell’aura sacra di sapienza della quale gode oggi e che ne fa materia oscura, oggetto per pochi soggetti che, di quella materia, parlano la lingua – il suo linguaggio tecnico. Come se per fare filosofia fosse necessario parlare solo in termini di ontologia, epistemologia, dicotomia, antinomia, immanenza etc. Non solo non è necessario un linguaggio specifico ma tantomeno è sufficiente: si possono usare tecnicismi dialettici senza dire alcunché di filosofico.

E questo ci porta alla questione successiva che pure ha bisogno di essere definito in maniera non equivoca: il “filosofico” è qualcosa che esiste? A mio parere l’aggettivo è abbinabile solo ad un modo di pensare. Non credo esista una teoria filosofica o una domanda filosofica. Se, come tutti sappiamo, la parola stessa ci indica un amore per la conoscenza, l’unica cosa che può essere propriamente filosofica è un atteggiamento che si identifica con un modo di pensare[3] problematizzante e, per ciò stesso – appunto – filosofico nel senso che vuol conoscere veramente l’oggetto al quale si rivolge.

La filosofia è essenzialmente pratica nel suo approccio, nella misura in cui ci mette in grado di assumere una determinata prospettiva di partenza per il nostro agire.

Facere docet philosophia, non dicere (Seneca)

E allora chi – se non il bambino – può essere portatore di una curiosità scevra da qualsiasi condizionamento o funzionalismo? Il bambino impara per imparare, vuole sapere sinceramente, senza secondi fini, in un processo alimentato dalla curiosità e dalla meraviglia. Ken Robinson ci ricorda che, se si riesce a mettere in moto la curiosità, l’apprendimento seguirà senza bisogno di fare altro.[4] Ecco perciò il “filosofico” identificarsi con quel modo di pensare che riesce a rompere i confini del conosciuto e dello stereotipo per domandarsi e rappresentarsi alternative possibili. In questo senso il bambino è forse l’unico soggetto che filosofa in maniera naturale “con il martello”. 

Approccio metodologico

Non sono d’accordo con la P4C sul fatto che la filosofia per i bambini si possa ridurre a insegnare a ragionare, in un contesto in cui la storia della filosofia è assente, così come non credo che le modalità continentali e, prettamente, quelle italiane, di fare filosofia con i bambini, debbano necessariamente essere inserite in una contesto storico.[5] La storia della filosofia può entrare trasversalmente se e quando necessario (imprescindibile il giudizio pedagogico del facilitatore in questo caso), ma credo che dire ad un bambino «Bene, questa cosa la sosteneva anche Platone», mentre gli dà un senso di appartenenza e in qualche modo di grandezza (anche se probabilmente l’idea di chi sia Platone e della sua importanza potrebbe essere piuttosto vaga e sfocata), lo spogli della propria individuale originalità, mettendo la sua idea tra quelle già pensate. Bisogna evitare il rischio di etichettare le idee come originali, creative, geniali o, al contrario, banali, consuete, già dette.

Nel bambino tutto è originale in quanto tutto è per la prima volta.

La filosofia, per quanto sopra esposto, dovrebbe insegnare non a ragionare (Discorrere, conversare, parlare (…) Condurre un discorso secondo la logica, oppure argomentare, trattare e discutere di un soggetto in modo razionale[6]. La ragione e l’avere ragione hanno uno sfondo semantico troppo invischiato con la logica e con il produrre argomentazioni che mirano al successo in una contesa dialettica), bensì a pensare tout court, laddove con pensare di intende «esercitare l’attività del pensiero, cioè l’attività psichica per cui l’uomo acquista coscienza di sé e del mondo in cui vive: penso, dunque sono, traduz. dell’espressione lat. cogito, ergo sum (v.), principio fondamentale della filosofia di Cartesio»[7].

In tal senso rivolgersi al pensare implica un’apertura a 360° che non si immobilizzi sulla spiegazione causale e sull’argomentare necessariamente razionale; fare filosofia significa prende coscienza di chi si è attraverso la rappresentazione di ciò che ci abita, l’espressione del quale non può essere in alcun modo vincolata da modelli culturalmente determinati.

Sarà necessario tornare ad un mondo e ad un  modo di pensare e pensarsi altri, divergenti, desueti e quasi “primitivi”, per ridar vita alle rappresentazioni che vivono in noi e che ci definiscono:

In genere, l’ordine di cose di cui ci occuperemo principalmente è quello, ove ogni materiale che valga «storicamente» e «scientificamente» è il materiale che meno vale; ove ciò che come mito, leggenda, saga viene destituito di verità storica e di forza dimostrativa, acquista invece proprio per questo una validità superiore e si fa fonte per una conoscenza più reale e più certa.[8]

In tal senso il lavoro più arduo sarà quello del facilitatore o dell’insegnante nella misura in cui dovrà destrutturare il proprio approccio alla conoscenza del mondo e di se stesso, evitando di essere direttivo, con conseguenze imprevedibili anche sul piano personale

Obiettivi generali

L’obiettivo generale è quello di concentrarsi tanto sul “cosa e come proporre” quanto, e questo è il punto chiave, sul creare un clima di possibilità che, a sua volta, può essere declinata in ogni maniera immaginabile ma che, sostanzialmente, si identifica con l’originaria possibilità di pensare tout court, opportunità che a scuola – ahi noi – si finirà per perdere. In ciò risiede – a mio parere – la grande potenzialità del fare filosofia con i bambini.

La scuola, enfatizzando l’aspetto logico-razionale, andrà – come dimostrato bene dallo studio Break Point and Beyond[9] – reprimendo quella che è la capacità immaginativa del bambino facendolo passare da un pensiero magico ad un pensiero causale; dalla molteplicità del possibile, all’unità del fattuale.

Creare un clima di possibilità si identifica sostanzialmente con un orientamento non-direttivo, attento ai condizionamenti impliciti nella proposta e agli atteggiamenti condizionanti messi in atto in prima persona, quelli che in psicologia sociale vengono definiti rispettivamente caratteristiche della richiesta e effetti dello sperimentatore.

Soprattutto le caratteristiche della richiesta – partendo dalle letture fatte – mi sembra che condizionino l’approccio del bambino alla filosofia: soprattutto nel momento in cui deve “produrre” definizioni il bambino sembra attento a quello che crede che il facilitatore si aspetti e produce definizioni, a mio parere, molto poco bambine; non dimentichiamo che in alcune fasce d’età il riconoscimento dell’adulto è ancora di fondamentale importanza.

In tal senso si cercherà di portare avanti un approccio il più possibile “sterile” (in termini di condizionamenti ma non di contenuti), ad esempio non menzionando il fatto che stiamo facendo filosofia, bensì presentando delle storie (raccontate o figurative) e  delle attività collegate che siano il meno discorsive possibile e più incentrate sul dar voce all’interiorità.[10] Le proposte narrative o figurative non saranno nemmeno basate su una semplificazione di testi filosofici ma saranno storie create a partire da domande o osservazioni semplici come quelle di Camilla, 4 anni: perché i bradipi dormono sugli alberi? oppure i grandi non giocano!

Il risultato finale sarà un’espressione libera dei piccoli partecipanti in un primo momento creativo, seguito da un momento descrittivo e verbale, in cui viene raccontato ciò che è stato creato, realizzando un primo passaggio di connessione tra un elaborato più emotivo e una elaborazione più cognitivo-discorsiva, riconoscendo la potenza della verbalizzazione in questa fascia d’età.   

In questo senso non parliamo di argomentazioni volte a giustificare una visione o una presa di posizione, bensì di narrazioni che stimolino il bambino a creare una storia di se stesso partendo dalle rappresentazioni che lo abitano.


[1] I. Rodella, L’erranza della domanda, in Bambini filosofi, cit., p. 29.

[2] Per un’analisi fruibile della diatriba tra filosofia accademica e filosofia pratica cfr. N. Zippel, I bambini e la filosofia, Carocci Editore, Roma, 2018, pp. 27-39.

[3] Per ragioni di brevità non ci inoltriamo nella questione degli abiti mentali.

[4] K. Robinson, Come sfuggire alla valle della morte dell’istruzione, https://www.youtube.com/watch?v=GCvKF8QhQqA

[5] Cfr. N. Zippel, cit., pp. 49-58.

[6] http://www.treccani.it/vocabolario/ragionare/

[7] http://www.treccani.it/vocabolario/pensare/

[8] J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma, 2006, p. 30.

[9] K. Robinson, Changing Education Paradigms, https://www.youtube.com/watch?v=zDZFcDGpL4U

[10] Cfr. J. Nomen, Il bambino filosofo e il quesito di Platone, Salani Editore, Milano, 2019, pp. 170-171.