Il mito della Caverna – Mito del “far credere”

Far credere

I classici sono tali perché non perdono mai la propria attualità. Riflettendo sul momento che stiamo vivendo, non ho potuto fare a meno di tornare con il pensiero al mito della caverna, contenuto ne La Repubblica di Platone.

Non c’è bisogno di aver studiato filosofia come non c’è bisogno di sapere il greco per leggerlo ed intenderlo. Il mito della caverna appartiene ad un retaggio che va al di là di una specifica cultura o formazione.

È una sorta di archetipo fluido che si muove nel tempo e nello spazio, è un invito al pensiero critico.

Il mito della caverna descrive perfettamente la nostra contemporaneità e la società cui ha dato vita e forma: la società dell’apparenza che fa credere.

Molto banalmente:

Attraverso i miei profili social appaio come un certo tipo di persona; faccio credere anche se, magari, nella realtà non c’è niente di tutto ciò che mostro.

Si fa girare una notizia sui media pubblici, giornali, telegiornali, radio, social; una cosa appare come non è; si è fatto credere che.

Il mito della caverna

Nel mito della caverna di Platone degli uomini nascono e vivono in una caverna sotterranea. Sono incatenati e non possono guardare altrove se non davanti a sé; dietro di loro brilla una fiamma.

Tra gli uomini incatenati e la fiamma “corre una strada in salita, lungo la quale è stato costruito un muretto”. Le persone camminano su questa strada portando oggetti che “sopravanzano il muretto”. proiettate dalla fiamma, le ombre degli oggetti si muovono sulla parete della caverna, che rimanda un’eco ogni qual colta i passanti parlano.

Ecco perciò che gli abitanti della caverna attribuiscono tali voci alle uniche cose che vedono: le ombre.

La realtà degli abitanti della caverna, perciò, sono le ombre degli oggetti e l’eco delle voci dei passanti.

Chiunque abbia abbastanza forza per liberarsi da tale costrizione, vedrà la propria realtà nella caverna per ciò che è: un’ombra.

Se poi quest’uomo resosi libero riuscisse ad uscire dalla caverna, farà difficoltà a riconoscere gli oggetti, a contemplare il reale, a guardare il sole, tanto le tenebre si sono impadronite del suo sguardo.

Solo una volta abituati alla luce, i suoi occhi potrebbero guardare il sole “nella sua sede”, non il suo riflesso nell’acqua; solo allora ragionerebbe sul fatto che è il sole a portare le “stagioni e gli anni, a governare tutti i fenomeni del mondo visibile, e che insomma in qualche misura esso è la vera causa di ciò che i prigionieri vedevano”.

Egli si riterrebbe però fortunato rispetto alla sua condizione precedente e proverebbe, addirittura, pietà per i suoi vecchi compagni nella grotta. Di più: egli sarebbe pronto a patire qualsiasi sofferenza piuttosto che tornare a condividere le loro opinioni e vivere a modo loro.

Se tornasse nell’ombra della caverna, come paradosso estremo, i suoi occhi farebbero difficoltà a distinguere le figure e gli risulterebbe difficile riabituarsi alla consuetudine delle ombre. Di lui si direbbe addirittura che la salita gli ha rovinato gli occhi e che non vale neppure la pena di tentare la scalata.

E la risposta alla domanda finale “E non verrebbe ucciso chi tentasse di liberare e far salire gli altri, se solo potessero averlo fra le mani e ucciderlo?” non potrebbe che essere positiva.

La luce oltre le ombre

Il mito è finito e cosa vi troviamo dentro?

“Una sorta cinema ante litteram”, dirà qualcuno. Questo qualcuno, evidentemente, merita di rimanere nella caverna.

Chiunque ci veda altro, invece, chi vi legge l’inganno, chi intuisce la macchinazione e l’artificio, chi fiuta la menzogna, chi capisce che le ombre non sono il reale, ma qualcosa di proiettato da qualcuno, costui si metterà alla ricerca di una via per uscire dalla caverna.

Costui vuole vedere le cose come sono e non come ce le fanno apparire, vuole guardare tutt’intorno a sé, liberato dal giogo delle catene; vuole ascoltare il rumore delle cose e delle voci, non sentirne l’eco indistinta.

Chiunque intraprenda la salita che porta fuori dalla grotta è pronto a fare grandi sacrifici per non farsi ingannare, per guardare le cose come esse sono realmente, anche se spaventose, per ascoltare le voci, il loro suono reale e non il loro pallido riverbero.

Salva te stesso

Il messaggio forte del mito della caverna, va però oltre la semplice liberazione di sé stessi dalle ombre: la grande verità, forse difficile da accettare, è quella finale: ognuno può liberare solo sé stesso.

È allora meglio vivere sulla vetta in solitudine piuttosto che nelle tenebre in compagnia, perché chi, con fatica, è uscito dall’antro della caverna, “accetterebbe qualsiasi destino pur di non vivere più a quel modo”.    

7 commenti su “Il mito della Caverna – Mito del “far credere”

  1. Alessandro Rispondi

    Ciao Valerio

    Come fai a essere certo che il sole non possa essere il fuoco della caverna?

    • Valerio Fantin Autore articoloRispondi

      Ciao Alessandro,

      Innanzitutto grazie per aver letto il mio testo.

      Non sono sicuro di aver capito bene la tua domanda, ma cerco di interpretarla.

      Dal punto di vista strettamente testuale: il mito della caverna poggia sulla struttura platonica basata sul concetto delle Idee collocate nell’Iperuranio. Il sole e il fuoco, secondo questa impostazione, sono de entità distinte, che hanno una valenza ontologica ed epistemologica differente.

      A tal proposito il mondo delle Idee (Sole) si distingue chiaramente da quello della doxa (il fuoco), cioè dell’opinione che ci creiamo vedendo semplicemente le ombre delle cose (il fenomeno kantiano, distinto dal noumeno).

      La tua domanda, però, credo voglia chiedere, se non possa essere il fuoco piuttosto che il sole, la vera luce che illumina le cose.

      In un certo senso si. E mi spiego.

      C’è un bel libretto dal titolo Guida filosofica alla sopravvivenza, l’autore ne è Davide Miccione e il libro è edito da Apogeo.

      Nel testo in questione c’è una distinzione molto significativa dei piani esistenziali:

      – c’è chi vive al riparo della tradizione e non si pone interrogativi etici o interpretativi della realtà; la risposta è già data dal quotidiano della vita vissuta nella comunità di riferimento;
      – ci sono i “saggi”, ossia coloro che dalla tradizione sono usciti e si sono costruiti il proprio modus vivendi, ossia una sorta di tradizione ad personam che va bene solo per loro, e solo in quanto singoli;
      – infine troviamo i perplessi, cioè coloro che sono usciti dalla tradizione ma non sono ancora approdati alla saggezza.

      In tal senso il mito della caverna potrebbe essere letto come segue:
      Il tradizionalista vive delle ombre proiettate dal fuoco; il perplesso si è liberato dalle catene e si dirige verso l’uscita della caverna; il saggio è colui che è bagnato dalla luce del sole.

      Per congiungere in maniera positiva questa interpretazione alla tua domanda potremmo dire che, in realtà, il saggio è colui che si costruisce da solo la propria tradizione, ossia il punto di vista a partire dal quale esercitare un’interpretazione del reale (Forma mentis) e una conseguente posizione etica. In tal senso il “saggio” non vede più le ombre proiettate da un fuoco qualsiasi, egli si è acceso un proprio fuoco, attraverso il quale illumina il reale. Il personale fuoco del saggio non coincide con quello della caverna ma neanche con il sole, in tal senso esso non è un universale, nel senso platoniano del termine, ma non è nemmeno necessario che lo sia: ogni universale finisce necessariamente per perdere di vista il reale.

      In conclusione direi che il fuoco della caverna può diventare un fuoco personale (ma non un sole universale), nella misura in cui il perplesso diventa saggio, cioè nella misura in cui si abbandona la doxa (o la tradizione) e si iniziano a cercare risposte e interpret-azioni valide per sé.
      Ovviamente il traguardo della saggezza è un punto di arrivo solitario, ognuno ha il suo modo di equilibrio esistenziale, esso non può essere né insegnato ad altri né, tanto meno, abbracciato da altri: “Il luogo della saggezza ha il perimetro dell’uomo che lo abita” (D. Miccione, Cit., p. 2).

  2. Alessando Rispondi

    Ciao Valerio,

    Se posso disturbarti ancora, intanto volevo farti i complimenti per la tua preparazione non solo accademica ma umana, non capisco come nasca nel saggio l’idea dell’esistenza del fuoco.
    In un individuo, vivendo l’unica realtà che conosce (la caverna), quale stimolo causa la ricerca di altre realtà, qual’è il motivo se non ha la ragione di concepirne l’esistenza.
    Io sono un perito elettrotecnico con una breve scappata alla facoltà di Fisica (un anno poi ritirato).
    La realtà che vedo la spiego con la matematica, ciò che non vedo con la religione.
    Una mia risposta alla scintilla che illumina il saggio (a spanne) è che deve esistere un input che arriva da di la del muro (voci e luce) , questo input ha una determinata frequenza (tutta la materia emette radiazioni) che alcuni individui percepiscono. Questa percezione è data dalla casuale piccola modifica genetica delle cellule (non grandi stravolgimenti solo che entrano in risonanza alla stessa frequenza della luce). Qui vedo nascere le religioni, la filosofia, l’arte e il saggio che va oltre la realtà, va di la del muro.
    Questo era anche il proposito della domanda antecedente, deve esistere un sole assoluto, dimostrarlo sarebbe la fine (e un nuovo inizio). Molte cose la scienza ha traguardato, ma alla fine, l’ultimo traguardo sarà assoluto. Si sente spesso dire che l’uomo va contro natura, sta distruggendo il mondo, ma l’uomo non è in grado di creare materia (per il momento) o distruggerla, solo la trasforma. L’uomo è natura, è una parte di essa.

    • Valerio Fantin Autore articoloRispondi

      Buongiorno Alessandro,

      Assolutamente nessun disturbo, anzi grazie per le riflessioni che condividi, e grazie dei complimenti…spero di meritarli veramente.

      Io credo che l’idea di qualcosa di altro nasca internamente, come tu dici, da quella che, al livello di psicologia sociale, viene definita dissonanza cognitiva, ossia quando i miei atteggiamenti e i miei comportamenti entrano in contrasto funzionale.

      Facciamo un esempio classico: la volpe e l’uva. La volpe è animata dal desiderio di mangiare l’uva ma, consapevole del fatto che non riuscirà a raggiungerla, si comporta come se non le importasse, fino ad affermare “tanto era acerba”. Ovviamente in questo caso la volpe compie un’operazione di compensazione che mira a salvare la propria autostima.
      Ci sono altri modi per compensare la dissonanza cognitiva, tra i quali la modifica del proprio atteggiamento (o forma mentis, ossia del proprio modo di leggere la realtà).

      Limitiamoci a constatare che: il tradizionalista nella caverna vede le ombre, le reputa belle, affascinanti e reali; ad un tratto si verifica una dissonanza cognitiva (o percettiva, o emotiva) per cui ciò che percepisce non è più in linea con ciò che pensa, esperisce, prova. Questa è, secondo me, la scintilla che lo porterà a diventare un perplesso, cioè un individuo che esce dal riparo delle risposte pre-confezionate (comode, ma che gli producono uno “stridore” internamente), mettendosi alla ricerca della sua risposta alle cose (il suo proprio fuoco).
      Se diventerà un saggio non lo sappiamo, ma credo che non sia di fondamentale importanza raggiungere un equilibrio perpetuo, quanto riuscire a sentirsi e capire quando si è usciti dal proprio equilibrio, vivendo la saggezza come un continuo riassestamento. Potrebbe essere letta così anche la filosofia che, per come si è sviluppata, ha finito per combaciare con i propri prodotti (le teorie dei filosofi), ma che, nella sua essenza, è una disposizione dello spirito indipendentemente dal risultato finale: l’amore per la conoscenza.

      Quello che tu dici è molto importante e mi fa venire in mente un paio di riflessioni:

      1- Essendoti avvicinato alla fisica, sai bene che la meccanica quantistica è stata una vera e propria rivoluzione dal punto di vista concettuale. Ha generato infiniti paradossi, tra i quali credo che il più significativo sia l’influenza dell’osservatore sulla realtà osservata. Ora siccome i potenziali osservatori sono infiniti, anche le realtà potrebbero diventarlo. Detto con Nietzsche “Non esistono fatti, solo interpretazioni” (Su verità e menzogna in senso extramorale). E allora ti chiedo: sei sicuro che debba/possa esistere un sole assoluto?

      2- Il movimento dell’uomo contro la natura. C’è un libro di Hans Jonas – interessante e piuttosto conosciuto – “Il principio responsabilità” in cui l’autore sostiene (in soldoni) che l’uomo ha raggiunto una potenza d’azione tale da mettere a repentaglio la vita sella terra e la terra stessa; per questo motivo dovrebbe essere animato, nel proprio comportamento, da un principio di responsabilità verso le generazioni future etc. Alla luce di questo, ovviamente è verissimo quello che tu dici, e cioè che l’uomo può solo trasformare la materia, ma questa trasformazione può assumere varie forme. L’uomo può trasformare foreste in cumuli di cenere, città in cumuli di macerie e, in questo senso, rendere l’ambiente inadatto alla vita.
      L’uomo è parte della natura, ma se ne è staccato, mettendo tra sé e questa la civilizzazione. L’argomento è molto interessante e trattato magistralmente da un autore modenese che si chiama Enrico Manicardi. Curiosando sul suo sito troverai degli spunti interessanti.

      Ti ringrazio per l’attenzione e, se ne avrai voglia, possiamo continuare la chiacchierata.

      Un saluto di cuore
      Valerio

  3. Alessandro Rispondi

    Ciao Valerio,

    Sarò un po cinico ma non c’è evoluzione nella statica ed egoistica pretesa di mantenere il mondo come è. Miliardi di anni fa la terra non era sicuramente così. Penso a noi come una “sorta di malattia” per il mondo, la malattia all’interno di una specie sorge con il fine di raggiungere la guarigione per riportare lo squilibrio all’equilibrio originario o ad un equilibrio superiore. La natura ci ha resi in grado di mutarla per mutarsi. Questo non vuol dire che possiamo essere irresponsabili e rovinare il pianeta, sarà la natura stessa a mantenere la specie adatta per il suo equilibrio.
    La tecnologia non è altro che la lettura di un capitolo del libro della natura, fino ad oggi abbiamo letto alcuni capitoli e sappiamo più di quello che un tempo conoscevamo. Oggi vivono e magari prosperano persone che in condizioni naturali non avrebbero avuto alcuna possibilità di vivere qualche tempo fa. Dai ciechi ai sordi, dai diabetici agli emofiliaci, dai disabili ai malati di una semplice influenza. Non mi ricordo chi lo diceva, ma non tutto il male vien per nuocere, e aggiungo, il male che è per me può essere bene per te.
    L’evoluzione non ha coscienza, guarda avanti non si volta mai e non si ferma. A confronto della storia dell’universo il nostro tempo è infinitamente piccolo.

    Un mistero che mi affascina e che posso collegare all’esistenza dell’assouto è l’irreversibilità del tempo, vale a dire che non ho ancora trovato la risposta a cosa sia il tempo, perchè debba solo procedere in avanti. Che pensi tu Valerio sul tempo?

    Sinceri Saluti

    • Valerio Fantin Autore articoloRispondi

      Ciao Alessandro,

      grazie per la condivisione che mi ha fatto molto riflettere. Ti riporto le mie considerazioni.

      Tu parli di evoluzione in senso ampio, ma non mi è chiaro di quale tipo di evoluzione si tratti (tecnologica, tecnica, sociale, etica etc.) e contrapponi, se ho ben capito, l’evoluzione “altruistica”, all'”egoistica” statica dello status quo.
      Ovviamente dovremmo inquadrare il discorso su una certa evoluzione per capirci.
      Se parliamo, ad esempio, di evoluzione personale della coscienza, il monaco evolve nell’immobilità della contemplazione e della preghiera; non c’è movimento ma, ciò nonostante, evoluzione (anche qui sarebbe da inquadrare cosa si intende per evoluzione dal punto di vista umano etc. ma per i nostri scopi ci basta rimanere generici).

      Poi si parla di una natura che “ci ha resi in grado di mutarla per mutarsi” e che saprà “mantenere la specie adatta per il suo equilibrio”; sulla stessa linea si parla di una tecnologia che “non è altro che la lettura di un capitolo del libro della natura”.
      In queste tue parole mi sembra di leggere una sorta di svuotamento di quella che è la responsabilità umana.
      Se vogliamo delegare alla natura il compito che le è proprio – ossia quello di compiere la selezione – non possiamo considerare positivamente il fatto che prosperino individui “che in condizioni naturali non avrebbero avuto alcuna possibilità”.
      D’altro canto, se le vogliamo togliere questa sua prerogativa, dobbiamo tornare ad assumerci la responsabilità di ciò che accade:
      – la natura non è in grado di proteggersi contro l’uomo e la sua tecnica (l’uomo potrebbe distruggere l’intero pianeta con una bomba nucleare);
      – la tecnologia è un capitolo nel libro della storia dell’uomo e non della natura – la natura non è in grado di sviluppare tecnologia nel senso da noi inteso;
      – malattie che oggi sono curabili erano un tempo impensabili e, forse, sono proprio conseguenza dell’evoluzione umana (sia malattie fisiche che psichiche).

      In tal senso, e riprendo l’inizio, dovremmo innanzitutto chiarire di quale tipo di evoluzione stiamo parlando.

      Per ciò che riguarda il tempo credo che la sua linearità sia una visione cristianocentrica. Prima del cristianesimo (e penso al mondo greco in occidente) o dove esso non ha sradicato le tradizioni precedenti (in oriente ad esempio), vigeva un concezione ciclica del tempo, che era caratterizzato da Ere che si ripetevano ad libitum. Io, da buon nietzschiano, abbraccio questa visione ciclica che ricalca in parte la dottrina dell’eterno ritorno.
      Quante volte ci si ripresentano condizioni e situazioni che abbiamo già vissuto in maniera identica? Io credo che la ciclicità di ciò che accade (al livello macroscopico e microscopico) sia l’occasione per evolvere (collettivamente e personalmente) rispetto a delle situazioni ancora non risolte.

      Mi rendo conto di essere un po’ criptico, ma l’argomento è complesso e meriterebbe, forse, una trattazione diversa.

      Grazie per lo scambio

      • Alessandro Rispondi

        Ciao Valerio,

        Grazie a te per il tempo (ciclico o lineare che sia) che mi hai concesso e spero non ti sarà di noia concedermene altro.
        Non essendo io uno scrittore faccio un po’ fatica a riportare i miei pensieri su carta, vanno talmente veloci che al momento di scriverli devo ripensarli e un po’ cambiano.

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