Italia: un esperimento di psicologia sociale

Là dove finisce lo Stato, comincia l’uomo che non è superfluo (F. Nietzsche)

Quella che stiamo vivendo è sicuramente una situazione straordinaria sotto diversi aspetti.

Tutto quello che stiamo vivendo, però, è, in un modo o nell’altro, responsabilità di ognuno di noi.

La parola responsabilità si riferisce in maniera chiara alla nostra capacità, alla nostra abilità di rispondere di ciò che facciamo a chi ce ne chieda conto.

In tal senso, qualora fossimo chiamati a rispondere sul perché del nostro immobilismo di fronte alla violenza cui lo Stato ci sta sottoponendo, dovremmo essere in grado di avanzare motivazioni plausibili. Questa è un’operazione che, prima di tutto, dovremmo fare come forma di auto consapevolezza, in forma di dialogo interno che possa dar conto dei nostri pensieri, parole, azioni o non-azioni.

La forma ne potrebbe essere porsi la domanda: perché non ho fatto niente per prevenire l’avanzata della non-libertà?

Di fatto viviamo in una società in cui c’è stato un azzeramento totale dell’autopercezione nella misura in cui ogni attività, ogni consapevolezza è stata demandata: l’istruzione alla scuola e ai suoi programmi livellanti, la salute alla sanità con le sue pratiche sintomatiche, la gestione del risparmio e degli acquisti a banche poco etiche e a commercio consumistico.[1]

“Le persone sono totalmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi. Quasi non riescono più a rendersi conto di quale forza abbiano raggiunto i pregiudizi nella nostra epoca detta dei lumi. La vita, tra l’altro, discende dalle prese di corrente, dalle riserve di plasma, dalle condutture; da cui l’importanza delle sincronizzazioni, dei ripetitori, delle trasmissioni. Né le cose vanno molto meglio quando è in gioco la salute.”[2]

Con il presente scritto vorrei indagare le cause che – a mio parere – ci hanno portato a questo intorpidimento accondiscendente.

Premetto che non invento nulla e non dirò nulla che non sia verificabile, le teorie che troverete illustrate sono di dominio pubblico, sono studi fondamentali di psicologia sociale che ho applicato alla lettura della contemporaneità. Il fine non è quello di essere originale, costruire teorie o formulare congetture, l’intento è quello di svelare il meccanismo psicologico che sta dietro la manipolazione e che ci fa agire in maniera automatica, meccanica, irriflessa.

“Chi vive all’ombra di simili minacce non dovrebbe quindi ritenere inutile che si descriva la condizione in cui lo stesso si trova senza rendersene conto. E forse ne potrà trarre un modello di comportamento.”[3]

Inizio

Il punto di partenza di tutto è l’anno 2014 quando, al livello mondiale, in un summit cui partecipavano 40 Paesi, si decise che l’Italia sarebbe stata l’apripista di una nuova politica vaccinale mondiale.[4]

Per inciso: non entro nel merito della giustezza o meno delle vaccinazioni, così come non mi esprimo sulla loro sicurezza, non è il mio ambito. Sono un umanista e cerco di capire i fenomeni al livello sociale, cioè come le persone reagiscono di fronte a eventi che investono la società nella sua interezza.

Il documento riguardante il summit pubblicato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) diceva espressamente nel titolo che l’Italia dovesse essere “capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale”.

Nella fattispecie il documento in questione recitava:

“Washington, 29 settembre 2014 – L’Italia guiderà nei prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto venerdì scorso alla Casa Bianca. Il nostro Paese, rappresentato dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, accompagnata dal Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) prof. Sergio Pecorelli, ha ricevuto l’incarico dal Summit di 40 Paesi cui è intervenuto anche il Presidente USA Barack Obama. “È un importante riconoscimento scientifico e culturale all’Italia, soprattutto in questo momento in cui stanno crescendo atteggiamenti ostili contro i vaccini – ha dichiarato il prof. Pecorelli -. Dobbiamo intensificare le campagne informative in Europa, dove sono in crescita fenomeni anti vaccinazioni. Si tratta di un’operazione che l’Italia intende condurre con il coinvolgimento attivo di tutti gli attori, incluse le Università. Per prevenire la diffusione di malattie da tempo eradicate nei paesi occidentali e che, oltre all’impatto drammatico che hanno su decessi e patologie evitabili, impongono costi rilevanti ai sistemi sanitari”.[5]

Quella riportata è solo una parte del documento, il quale è comunque poco più lungo e prosegue sullo stesso tenore, riportando anche le parole dell’allora Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin (il documento dell’AIFA ha una lunghezza, al netto di titoli e foto, di una pagina). Nel testo riportato mi sono permesso si aggiungere dei corsivi, nei passaggi secondo me importanti che vado ad analizzare:

  1. L’Italia guiderà nei prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo: l’Italia avrà il compito di sperimentare, al livello medico e sociale, cosa comporta l’introduzione di un elevato numero di vaccinazioni obbligatorie;
  2. Il nostro Paese (…) ha ricevuto l’incarico dal Summit di 40 Paesi: sudditanza internazionale;
  3. È un importante riconoscimento scientifico e culturale all’Italia: si potrebbe parlare di riconoscimento scientifico qualora dei titoli o riconoscimenti, appunto, attestassero il valore di una ricerca, di un medicinale di una terapia sviluppati in Italia; e sarebbe culturale se la cultura dell’informazione sanitaria fosse trasparente, aperta al contraddittorio, discutibile.

Quello che, in questo caso, mi sembra ci sia stato imposto, è invece un obbligo al quale sottostare tramite l’acquisto di prodotti e l’imposizione forzata. Quindi tutto il contrario di un riconoscimento e assolutamente qualcosa di non scientifico e che, soprattutto, con la cultura, non ha proprio nulla a che fare;

4. Dobbiamo intensificare le campagne informative in Europa: il proposito poteva anche essere positivo, l’attuazione è da brividi: obbligo di 9 o 10 vaccinazioni a seconda della coorte di nascita rivolto alla fascia d’età 0-16 anni. L’avvenuta vaccinazione (o altri documenti previsti per legge – non entriamo nel dettaglio che ci porterebbe troppo lontano dal tema in questione) dovrà essere comprovata al momento dell’iscrizione ad asili e scuole.

Cosa comporta la mancata applicazione della legge 119? La mancata somministrazione dei vaccini obbligatori preclude l’iscrizione ad asili nido e scuole materne. Per il mancato rispetto dell’obbligo da parte di bambini e ragazzi più grandi, invece, è prevista una multa da 100 a 500 euro.

Facciamo due osservazioni rispetto al punto 4:

  1. Sono state unite due cose che tra loro non c’entravano nulla: da una parte una cosa procrastinabile (la vaccinazione) e, dall’altra, una cosa imprescindibile per il bambino (la socialità) – così come, peraltro, è stato fatto per l’energia elettrica (necessaria) e canone televisivo (superfluo). Si dà per scontato che ognuno possegga apparecchi riceventi, costringendo i privati alla prova della dimostrazione del contrario;
  2. Le multe: indipendentemente dall’ammontare delle stesse, ciò che fa specie è che, a fronte di una situazione di emergenza – o dichiarata tale – si può ovviare, trasformando la vaccinazione in pagamento per i ragazzi della scuola dell’obbligo, o in ricatto con la minaccia dell’esclusione per la scuola dell’infanzia che sarebbe come dire, tornando al parallelo con la bolletta dell’energia elettrica e della televisione, che venga staccata la corrente elettrica a chi non paghi il canone della TV.

Analizzato sotto questo profilo, l’incremento dell’offerta vaccinale, così come il collegarla alla frequentazione scolastica, risulta essere, a mio parere, il primo passo di un grandissimo esperimento di psicologia sociale piuttosto riuscito.

Dopo il summit del settembre 2014 è stato possibile notare una escalation di dichiarazioni, da parte del ministro della salute Beatrice Lorenzin, poi rivelatesi false, che hanno creato le condizioni favorevoli alla legge che si voleva emanare.

“Nell’ottobre 2014, ospite di Porta a porta, dice: ‘A Londra, cioè in Inghilterra, sono morti 270 bambini per un’epidemia di morbillo molto grave’. A distanza di un anno, e cioè sempre nel mese di ottobre, dice: ‘C’è stata un’epidemia di morbillo a Londra, lo scorso anno, sono morti più di duecento bambini’.

Quanto c’è di vero in quanto dichiarato dalla ministra Lorenzin? Niente.

Negli anni cui lei fa riferimento, e cioè il 2013 e il 2014, risultano 1 e 0 decessi per morbillo, come riscontrabile dai dati ufficiali del Governo britannico.[6] La ministra Lorenzin ha mai spiegato il perché di dati così strampalati, o ha mai chiesto scusa per l’enorme sbaglio? Non risulta.

Non è finita qui.

Nei giorni dell’approvazione della legge sull’obbligatorietà dei vaccini, sempre la ministra Lorenzin ha detto: ‘Penso soprattutto al Veneto, che ha un oggettivo e statistico e scientifico problema di copertura vaccinale. Non a caso un Paese confinante non italiano del Veneto poche settimane fa ha mandato una circolare, che è stata pubblicata sui principali giornali, che invitava i bambini di quel Paese a non andare a Gardaland’.

L’unico paese con cui confina la Regione Veneto è l’Austria, ma forse la ministra intendeva la Slovenia.

Quello che è successo, come raccontato da Davide Vecchi su Il Fatto quotidiano, è che un giornale sloveno, ‘Delo’, ha scritto che l’associazione dei pediatri era preoccupata della volontà dei genitori sloveni di non vaccinare i figli contro il morbillo, e il cronista ha aggiunto che ‘in periodo di gite scolastiche c’è la possibilità per chi va a Gardaland o in Italia di contrarre il morbillo’.

La storia si chiude con la smentita da parte dell’amministratore del parco di divertimenti che sia mai stata diffusa alcuna circolare.

La ministra Lorenzin ha mai rettificato questa storia? Anche qui non risulta.”[7]

Ci troviamo a questo punto di fronte ad una situazione in cui, un Ministro della Repubblica Italiana, fa delle dichiarazioni che, oltre ad essere scorrette, non vengono neppure smentite, né dal Ministro stesso, né tantomeno da quei “giornalisti” che del Ministro hanno raccolto la testimonianza ma che evidentemente non hanno bene in mente né il proprio codice deontologico che, all’articolo 4, recita: “il giornalista corregge senza ritardo errori e inesattezze, anche in conformità al dovere di rettifica nei casi e nei modi stabiliti dalla legge”;[8] né il testo unico dei doveri del giornalista: “rettifica, anche in assenza di specifica richiesta, con tempestività e appropriato rilievo, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate.”[9] D’altronde, come in un famoso romanzo distopico, possiamo affermare “La stampa quotidiana? Repressione quotidiana!”[10]

Quello che succede, a questo punto, è che un’informazione non veritiera viene messa in circolazione dai Media mainstream, senza alcuna verifica dell’esattezza o meno delle dichiarazioni e dei numeri, e inizia ad alimentare paura nella popolazione che, sentendo parlare di “bambini”, “morti” e “epidemia”, inizia ad allarmarsi e reagire a questa situazione di minaccia.

(È bene ricordare come nota a margine che, prima dell’entrata in vigore della legge “Lorenzin” (legge 119/2017)  frutto della conversione del decreto-legge 7 giugno 2017 n.73 “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale”, in Italia erano in vigore diverse norme accumulate nel corso degli anni.

Prima del 2017 i vaccini obbligatori erano quattro, benché nella pratica venisse offerto in automatico un vaccino esavalente. Il vaccino esavalente – contenente quindi sei vaccini, tutt’ora utilizzato, contiene anche due vaccini che, prima delle legge “Lorenzin” erano facoltativi.

Perché veniva proposta una vaccinazione che non rispecchiava l’obbligatorietà e aggiungeva di soppiatto due vaccini facoltativi a quelli obbligatori?

Sostanzialmente perché uno dei vaccini obbligatori, l’antidifterico, non era reperibile in Europa in soluzione monovalente e poteva venir somministrato solo all’interno di un composto polivalente. Interessante è constatare che: lo Stato imponeva una vaccinazione per la quale non poteva reperire il prodotto, quindi sopperiva iniettando lo stesso con l’aggiunta di due vaccini che non sarebbero stati obbligatori, facendo per giunta passare la cosa come una normale prassi.

Alle norme in viogore prima del 2017 era stata inserita, da ultimo, la vaccinazione obbligatoria per l’epatite B.

Tale obbligo, ricordiamo, era stato introdotto dalla legge “De Lorenzo” (165/1991). Nonostante vi sia stato un accertamento in giudizio che dava conto della corruzione del Ministro, da parte della allora Smith Kline Beecham che versò una tangente di circa 600 milioni di lire per favorire questo provvedimento legislativo, l’obbligo per la vaccinazione contro l’epatite B non è mai stato tolto. Paradosso tutto italiano.)

Riprendiamo le fila del discorso ripartendo dalla minaccia paventata dal Ministro Lorenzin.

Teoria della motivazione alla protezione

Sul comportamento sanitario sono state elaborate diverse teorie, la più calzante delle quali, per il nostro discorso, risulta essere la Teoria della motivazione alla protezione (PMT – Protection Motivation Theory). La teoria in questione sostiene che, nel momento in cui incorriamo in potenziali rischi per la nostra salute (o di quella di chi è sotto la nostra responsabilità, come ad esempio i bambini), mettiamo in atto due distinti processi cognitivi:

  1. Valutazione di minaccia: viene stimata la gravità della minaccia e la propria vulnerabilità personale rispetto alla stessa (nel caso esemplificativo di un fumatore: quali sarebbero le conseguenze di contrarre un cancro ai polmoni? Che probabilità ho io di contrarre un cancro ai polmoni?);
  2. Valutazione di coping: viene stimata l’efficacia di eventuali misure correttive e l’efficacia percepita rispetto ad esse (sempre nell’esempio del fumatore: la misura correttiva potrebbe essere quella di smettere di fumare e l’autoefficacia percepita combacerebbe con la percezione che il soggetto ha della propria capacità e volontà di mettere in pratica questo proposito).

La combinazione dei due processi origina il nostro livello di motivazione alla protezione. Gli esperimenti fatti hanno dimostrato che entrambi i tipi di valutazione sono predittori della motivazione alla protezione – che a sua volta predice il comportamento effettivo, ma che “il comportamento di coping, e l’autoefficacia in particolare, è il più forte predittore della motivazione a proteggersi rispetto alla valutazione di minaccia”.[11]

In altre parole: l’aspetto più importante in base al quale ci regoliamo di fronte ad una minaccia paventata è la nostra autopercezione. Ci sentiamo in grado di agire con efficacia rispetto alla minaccia che dobbiamo affrontare? Siamo disposti a cambiare atteggiamento e quindi comportamento ancorché questo comporti fatica e sacrifici?

Si potrebbe obiettare che la motivazione alla protezione non sempre possa tradursi in comportamento pratico. Tale obiezione ha senso, e risulta pertinente, nella misura in cui trattiamo di cambiamenti che hanno bisogno di una certa dose di autoefficacia o, in altri termini, di forza di volontà per essere messi in pratica, come, ad esempio, smettere di fumare.

Nel caso di cui ci stiamo occupando però, l’incremento della motivazione a proteggersi, è dettato esclusivamente dalla valutazione di minaccia, laddove il secondo processo cognitivo, il coping, cioè la difesa, non è legato ad un mutamento faticoso di abitudini e comportamenti, bensì reso disponibile dall’esterno attraverso un prodotto farmaceutico.

In altre parole: le dichiarazioni allarmanti fanno crescere la sensazione e la valutazione di minaccia, instillando l’idea che, essendoci in atto un’epidemia di una malattia definita mortale, sia molto probabile essere infettati (gravità sovrastimata a causa di dati falsi e alta percezione di vulnerabilità personale), per evitare l’infezione non c’è bisogno di faticosi cambiamenti da mettere in pratica, bensì solo di un cambio di atteggiamento. La soluzione è già lì, in una siringa. Dobbiamo solo accettarla.

Il primo passaggio è stato fatto: si è creata un’emergenza e la sua soluzione. Ciò che si richiede è solo un atteggiamento favorevole a questa soluzione. Questo sarà il tema del capitolo dedicato al conformismo.

Alla luce del primo passaggio, il secondo è implicito: si sono creati automaticamente due schieramenti: coloro che hanno aumentato la propria motivazione a proteggersi e coloro che, di contro, hanno sentito minacciata la propria libertà da un’azione coercitiva basata su informazioni scorrette.

Vorrei sottolineare, prima di andare avanti, quella che ritengo l’operazione principale della manipolazione: l’etichettatura dei due gruppi.

Persone che si sono opposte alle vaccinazioni obbligatorie ci sono sempre state, non si parlava di untori, non creavano tensioni sociali. Il fatto di etichettare i due schieramenti definendoli pro-vax e no-vax ha, di fatto, creato due gruppi e, contemporaneamente, le loro identità sociali.

Ma vediamolo nel dettaglio.

Le relazioni intergruppo

La ricerca sociale, nel parlare di gruppi, lo fa in termini di entatività, con tale termine, “si riferisce al grado in cui un insieme di individui può essere percepito come ‘gruppalità’ (…) si concorda in genere nell’affermare che l’entatività comprende concetti come coesione, interconnessione, somiglianza e obiettivi comuni (…) è possibile suddividere i gruppi in quattro classi con entatività crescente: aggregati di persone, ad esempio le persone alla fermata di un autobus (…); categorie sociali (la nazionalità, l’etnia); gruppi di lavoro con un obiettivo comune (ad esempio i colleghi); e, infine, i gruppi intimi (ad esempio, gli amici)”.[12]

Vediamo che, nel nostro caso, si formano due gruppi con un alto livello di entatività poiché, anche se non colleghi di lavoro, accomunati dallo stesso obiettivo: prevenire la minaccia del morbillo da una parte; preservare l’inviolabilità dell’individuo, la libertà di cura e di istruzione dall’altra.

Ma perché creare dei gruppi è fondamentale? I gruppi sono fondamentali ai fini dello scontro sociale.

Se facciamo una rapida carrellata sulla vita di tutti i giorni, vediamo chiaramente come gli “scontri” nel quotidiano, piccoli o grandi che siano, sono dettati e causati dalle dinamiche intergruppo: il dipendente che si scontra con il titolare; il sottoposto con il proprio superiore; i bianchi con i neri; l’autoctono con l’immigrato; la donna con l’uomo; il pedone con l’automobilista; il padrone del cane con quello senza cane, l’elettore di destra con quello di sinistra etc.

La strategia è vecchia come il mondo ma funziona sempre e discretamente: Divide et impera.

Vediamo nel dettaglio perché le dinamiche intergruppo sono fondamentali nel nostro caso.

Il più importante studio nell’ambito delle relazioni intergruppo è quello di Muzafer Sherif sul campo estivo che ha dato avvio a tutta una serie di esperimenti e teorizzazioni.

Riporto di seguito lo svolgimento dell’esperimento:

“Sherif e alcuni collaboratori pensarono che una consolidata tradizione americana potesse fornire il setting ideale in cui osservare le varie fasi del comportamento intergruppi, dalla formazione dei gruppi al loro scioglimento, evitando così le tipiche influenze contraddittorie che si verificano in gruppi reali e consolidati, come i fattori relazionali politici, economici e storici, tutti in grado di oscurare gli elementi psicologici all’opera nei processi di gruppo. (…) Lo studio fu condotto in tre fasi. Nella Fase 1, Sherif intendeva osservare gli effetti immediati della formazione dei gruppi; nella Fase 2, gli effetti prodotti dall’inizio dell’antagonismo tra i gruppi e nella Fase 3, voleva vedere se certi fattori fossero in grado di ridurre il conflitto sorto nelle Fasi 1 e 2”.[13]   

Nella prima fase i ragazzi venivano divisi in due gruppi in maniera del tutto casuale, la semplice divisione portò subito a lanci di sfide verbali e, non appena i gruppi furono suddivisi e identificati da un logo e da un simbolo, ci fu la rispettiva scelta dei nomi per i gruppi e la spontanea realizzazione di immagini rappresentative del gruppo che vennero poste sui dormitori (separati). Assistiamo dunque, in questa prima fase, alla nascita di identità sociale che combacia con il gruppo di appartenenza.

Nella seconda fase viene introdotto un elemento di antagonismo sotto forma di competizione che avrebbe dovuto innescare l’ostilità intergruppi. In questo caso vennero introdotti giochi competitivi tra gruppi e ciò portò subito a “un notevole aumento del tentativo di screditarsi a vicenda, culminato nell’attacco fisico dei rispettivi simboli (come bruciare la bandiera e rovistare nella capanna degli altri). Altra conseguenza dell’imposizione delle etichette del gruppo e della competizione era che le affiliazioni interpersonali lasciarono il posto a scontri intergruppo; all’inizio della Fase 2 il 93% delle amicizie era definito dall’affiliazione ingroup (ossia gli amici erano quasi esclusivamente interni al gruppo e solo raramente varcavano il confine intergruppo)”.[14]

Tralasciamo la Fase 3, che sarà oggetto di trattazione più articolata in chiusura, e completiamo il quadro dicendo che la ricerca di Sherif ebbe un’influenza enorme dando vita, tra le altre, alla teoria del conflitto realistico tra gruppi. “In base a questa teoria, il conflitto tra gruppi deriva dalla percezione di una scarsità di risorse. La teoria predice, ad esempio, che in condizioni di deprivazione economica si ha un aumento del conflitto intergruppo”.[15] 

Riportiamo ora le dinamiche appena descritte al nostro caso: sono stati creati dei gruppi in maniera casuale in base ad una emergenza, o presunta tale, sanitaria; i gruppi sono stati etichettati come pro-vax e no-vax, è quindi stata creata una identità sociale dell’appartenente ad ognuno dei due gruppi.[16]

La presunta emergenza ha creato anche la percezione di una minaccia che ha contribuito alla nascita di un conflitto realistico tra gruppi che, nei fatti, si è esplicitato proprio come nell’esperimento di Sherif: l’identità sociale ha finito col combaciare con quella di gruppo e le affiliazioni personali si sono ridefinite finendo per combaciare con affiliazione ingroup, cioè affiliazioni con persone del proprio gruppo.

In tal senso, a causa dell’obbligo vaccinale, ci sono stati veri e propri scontri anche all’interno delle famiglie (in cui ogni singolo finisce per rappresentare uno dei due gruppi e quindi un determinato punto di vista), tra i parenti e i genitori e tra i genitori stessi, il tutto aggravato dall’ulteriore minaccia – per la scuola non dell’obbligo – di un’esclusione dalla frequenza, con tutto ciò che essa comporta per la famiglia al livello economico, logistico e, cosa più importante, per il bambino, al livello di socialità.

Il conformismo

Un ulteriore fattore che agisce sull’io sociale è il conformismo. A fronte di una divisione sociale in gruppi, gli incerti, coloro che non hanno criteri sufficienti per decidere da che parte schierarsi, o per decidere di non schierarsi, probabilmente seguiranno la maggioranza.

Nel 1951 Solomon Asch eseguì un esperimento, divenuto poi un punto di riferimento per gli studi sull’influenza sociale, in cui si voleva osservare l’effetto degli altri sul giudizio, rispetto ad una consegna semplice, con una sottostante divergenza tra atteggiamenti pubblici e privati (in poche parole, tra ciò che penso internamente e ciò che esprimo agli altri).

L’esperimento era il seguente: stimare la lunghezza di una linea. I partecipanti erano in totale sei, cinque dei quali attori che recitavano un copione assegnato dallo sperimentatore e la sesta persona, ignara di tutto, che veniva effettivamente studiata. “Durante il compito, ai partecipanti veniva presentata una ‘linea standard’. In seguito venivano mostrate loro tre ‘linee di confronto’ (denominate ‘a’, ‘b’ e ‘c’). Compito del partecipante era dire, in presenza degli altri cinque presunti partecipanti, quale linea del gruppo di confronto (a, b oppure c) avesse la stessa lunghezza della linea standard. (…) Si trattava di una consegna molto semplice (…) non potevano esserci dubbi su quale potesse essere la linea di confronto giusta (vedi figura sotto).

La cosa importante era, tuttavia, che non soltanto i giudizi dei partecipanti erano pubblici, ma che venivano espressi dopo quelli di altri partecipanti: quattro di essi davano la loro valutazione prima del soggetto sperimentale in esame e uno dopo di lui. Lo scopo era assicurarsi che la maggioranza all’interno del gruppo desse all’unanimità una risposta sbagliata prima del partecipante, prestando allo stesso tempo la dovuta attenzione e non destando sospetti. (…) Asch scoprì che quando non c’erano altre persone presenti (e i partecipanti esprimevano da soli la propria valutazione) solo l’1% delle persone dava un giudizio sbagliato, a conferma della semplicità del compito. (…) Era interessante analizzare la percentuale di questo tipo di errore in presenza di altre persone che rispondevano in modo chiaramente sbagliato. Asch scoprì che i partecipanti si uniformavano alla maggioranza delle risposte scorrette dei collaboratori nel 37% delle prove. Si trattava di un notevole aumento del tasso di errore, il quale poteva essere attribuito solo alla presenza di altre persone che davano risposte sbagliate (infatti questa era la sola differenza rispetto alla condizione di controllo, in cui i partecipanti davano le risposte da soli). In realtà, il 76% si uniformava alle risposte in almeno una delle prove.

Asch aveva riscontrato che, anche quando la consegna è semplice e le persone sono sicure del proprio atteggiamento privato, talora tendono comunque ad adeguarsi al punto di vista della maggioranza”.[17]

Il conformismo, secondo gli studi che seguirono il fondamentale esperimento di Asch, è dovuto fondamentalmente a due tipi di influenze, quella informativa in cui, in una situazione ambigua o di incertezza, le persone non sono sicure delle proprie percezioni e quindi si accodano agli altri; e quella normativa, in cui il conformismo è dettato dal desiderio di accettazione e inclusione, per evitare critiche, sarcasmo e esclusione sociale. Mentre questa ultima forma di influenza, cioè quella normativa, provoca accondiscendenza, cioè un adeguamento sull’atteggiamento pubblico della persona (senza intaccare ciò che interiormente si crede), l’influenza informativa provoca una vera e propria conversione, ossia un mutamento di atteggiamento sia pubblico che privato in cui “il percettore si serve delle opinioni degli altri per formare il proprio atteggiamento”.[18]

Nella nostra situazione, tutti gli incerti sono stati presi nella rete dei mezzi di comunicazione i quali, grazie ad una propaganda sensazionalistica, basata – si ripete – su informazioni non corrette, mirava soprattutto ad avere un impatto emotivo e quindi ad accrescere la valutazione di minaccia e la conseguente motivazione alla protezione (v. sopra), più che a trasmettere conoscenze.

Strumentalizzazione 

Stato è dove il lento suicidio di tutti – è chiamato ‘vita’ (F. Nietzsche)

È chiaramente visibile, come un fenomeno sempre presente in ogni società e rispetto ad ogni norma cui si possa applicare, cioè l’obiezione, sia stato manipolato ad hoc. In questo caso, come dimostrato, l’intento era quello di creare chiare e definite identità sociali che potessero fomentare lo scontro e la divisione sociale.

L’obiezione alla vaccinazione c’è sempre stata e gli obiettori non sono mai stati presi in considerazione da nessuno, tantomeno trattati come untori, cosa questa che, al livello puramente logico, non tiene il colpo: come può un bambino non vaccinato essere l’untore di un bambino vaccinato? In altri termini: come può un bambino non protetto essere pericoloso per uno protetto?

“Assai sospetto, e dunque da considerare con estrema vigilanza, è l’intervento crescente che, di solito con pretesti filantropici, lo Stato esercita sull’organizzazione sanitaria.”[19]

È evidente, come detto poc’anzi, che l’obiettivo non erano i no-vax, movimento assolutamente esiguo nei numeri, l’obiettivo era creare lo schieramento pro-vax[20] con dei contorni ben delimitati e con numeri importanti.

Per fare questo sono state utilizzate delle informazioni scorrette divulgate da un Ministro della Repubblica; è stata utilizzata la manipolazione dell’informazione resa possibile da media e “giornalisti” conniventi che quelle informazioni hanno divulgato e mai smentito, anche quando era chiaro che erano inesatte[21]; sono stati utilizzati personaggi dalla professionalità e dal gusto discutibili, come Roberto Burioni, in difficoltà e impacciato in ogni intervento televisivo anche senza contraddittorio al quale, peraltro, non si è mai offerto, che pontifica su Twitter con stuoli di accaniti e adoranti fedeli estremisti, e che sostiene che la scienza non possa essere democratica (sic!). “DI volta in volta possono cambiare gli argomenti, ma la stupidità terrà il suo tribunale in eterno.”[22]

Ancora una volta suona come ne Il tallone di ferro di Jack London: “I ragionamenti di uomo con cui non si è d’accordo sembrano sempre sbagliati. (…) È inconcepibile che un uomo sano di mente radicalmente dalle nostre più sane conclusioni.”[23] Purtroppo o per fortuna però, anche se gli somiglia molto, la realtà non è un romanzo distopico.

Ma la domanda sorge spontanea: perché creare un forte e numeroso schieramento pro-vax?

Credo che la risposta possa essere molto semplice: hanno semplicemente creato un bacino d’utenza, un bacino di potenziali consumatori, di qualcosa che è già in cantiere come ad esempio il vaccino per COVID-19.

Il passaggio deve essere graduale (finestra di Overton): chiunque ha deciso di vaccinare i propri figli con 9 o 10 vaccini rinunciando alla libertà di cura e all’inviolabilità individuale, sulla base di informazioni inesatte divulgate dai mezzi di informazione non avrà sicuramente alcun dubbio e nessuna titubanza nel momento in cui sarà chiamato in prima persona a farsi curare preventivamente.

Nella situazione attuale vediamo in atto gli stessi meccanismi relativamente all’epidemia Corona Virus: è stata creata l’emergenza mediatica; ogni giorno si trasmette la conta dei morti; nessuno, tranne pochi, guardano i numeri reali[24] che dicono chiaramente come la segregazione non sia giustificata dalla realtà; in ogni caso, l’emergenza percepita, come nel caso del morbillo che ha portato alla legge 119/2017, farà crescere la valutazione di minaccia e la conseguente motivazione alla protezione e giustificherà, a breve, l’introduzione di un altro vaccino obbligatorio che, questa volta, riguarderà non solo i bambini, bensì tutto il bacino d’utenza creato dal 2017 in avanti. All’epoca furono usati gli immunodepressi per aiutare la nuova norma (strumentalizzazione di una minoranza debole), nel caso del Corona Virus verranno sfruttati coloro che hanno perso qualcuno, il Viceministro alla Sanità Sileri ha infatti dichiarato: “Se qualcuno pensa che il vaccino non serva, lo vada a dire alle famiglie dei morti”.[25] Altro giro, altra strumentalizzazione.[26]

Anche in questo caso le dinamiche che vengono alla luce sono le medesime: chi crede e ascolta i media, chi si documenta su tutti i canali possibili; chi gira con la mascherina, chi no; chi esce al minimo per cercare di mantenere una dimensione di normalità, chi controlla e segnala il vicino che esce; chi non aspetta altro che ci sia un vaccino, chi ritiene che sarà un enorme bufala.

La mia potrebbe essere anche una visione distopica ma, proprio mentre scrivo, è uscita una nuova ordinanza della regione Lazio che impone:

“I. Obbligo di vaccinazione antinfluenzale per le seguenti categorie:

a) Soggetti di età ≥ 65 anni. L’obbligo decorre dal 15 settembre 2020, o dalla data di compimento dei 65 anni, se successiva, previa acquisizione della disponibilità dei vaccini, e deve essere adempiuto entro il 31 gennaio 2021, salvo proroghe dettate dai provvedimenti di attuazione in relazione alla curva epidemica.

b) Medici e personale sanitario, sociosanitario di assistenza, operatori di servizio di strutture di assistenza, anche se volontario. L’obbligo decorre dal 15 settembre 2020, previa acquisizione della disponibilità dei vaccini, e deve essere adempiuto entro il 31 gennaio 2021, salvo proroghe dettate dai provvedimenti di attuazione in relazione alla curva epidemica.

La mancata vaccinazione per le persone di cui alla lettera a), non giustificabile da ragioni di tipo medico, può comportare, a titolo di sanzione, l’impossibilità di prendere parte ad assembramenti presso centri sociali per anziani, case di riposo o altri luoghi di aggregazione che non consentono di garantire il distanziamento sociale. La mancata vaccinazione per le persone di cui alla lettera b), non giustificabile da ragioni di tipo medico, comporta l’inidoneità temporanea a far data dal 1° febbraio 2021, allo svolgimento della mansione lavorativa, ai sensi dell’art. 41, comma 6 del d. lgs. 81/2008, nell’ambito della sorveglianza sanitaria da parte del medico competente di cui all’art. 279 e correlata alla rivalutazione del rischio biologico a cura del datore di lavoro, ai sensi degli artt. 271 e ss. del decreto citato.

II. Introduzione di una forte raccomandazione per tutti i bambini di età compresa tra > 6 mesi e < 6 anni a sottoporsi alla vaccinazione antinfluenzale e potenziamento della logistica organizzativa per la sua effettuazione, anche attraverso il pieno coinvolgimento dei Pediatri di Libera Scelta.”[27]

Da notare, in particolare, la parte sottolineata in cui si esplicita a cosa andrà incontro chi decide di non vaccinarsi: gli anziani, magari rimasti soli che hanno solo gli amici del circolo, se non si vaccinano, dovranno rimanere isolati ed esclusi dalla vita sociale; le persone in casa di riposo saranno obbligate, pena la defezione dalla struttura. Vediamo come, soprattutto nel secondo caso, non ci sia la possibilità di effettuare una scelta: se un anziano è stato inserito in una struttura, evidentemente era l’unica soluzione possibile per la famiglia, il che significa non avere alternative logistiche, ergo nessuna possibilità di scelta vaccinale.

In ogni caso dunque il Divide et impera funziona sempre. Potremmo fare solo congetture su quello che potrà succedere, e non è questo il luogo.

Vorrei invece tendere una mano e offrire una speranza.

L’esperimento di Sherif: Fase 3

Se ricordate, poco sopra – alle pagine 7 e 8, mi sono soffermato a raccontare, attraverso l’illustrazione dell’esperimento di Sherif del campo estivo, come nascono le dinamiche intergruppo. Durante la trattazione ho anticipato che la fase finale, la Fase 3, sarebbe stata discussa in chiusura.

In che cosa consisteva la Fase 3 nell’esperimento di Sherif?

“Dopo aver osservato un netto aumento del pregiudizio successivamente all’introduzione della competizione, Sherif pensò di verificare se cambiare altri aspetti del contesto di gruppo avrebbe potuto attenuare questa ostilità intergruppo.

Gli psicologi fecero in modo che il bus dei ragazzi rimanesse in panne mentre tornavano da una sessione di gare (si trattava ovviamente di una finzione). L’evento era congegnato in modo tale che solo se i due gruppi avessero collaborato sarebbero riusciti a far ripartire il bus in tempo per il pranzo.

A questo punto, Sherif aveva quindi introdotto un obiettivo comune allo scopo di ottenere un premio di cui si sarebbero avvantaggiati entrambi i gruppi. La collaborazione tra i gruppi determinò realmente una riduzione del conflitto intergruppo e una notevole diminuzione della denigrazione reciproca osservata tra i due gruppi.”[28]

Chiaro no?

Un obiettivo comune può ridurre, fin quasi azzerare, il divario e l’ostilità che si forma tra i gruppi.

Ci sono varie “tecniche”: si può pensare l’altra persona non solo nei termini di favorevole o contraria ai vaccini, ma quale appartenente al gruppo dei “genitori che si preoccupano per la salute dei propri figli”, in tal senso, pro-vax e no-vax apparterrebbero allo stesso sovra-gruppo (identità dell’ingroup comune); oppure si può categorizzare l’altra persona in modi diversi, evitando di applicare lo stereotipo negativo e facendo leva su una descrizione che privilegi i caratteri positivi (genitore amorevole, persona gentile etc.) piuttosto che quelli che possono suscitare il conflitto (categorizzazione multipla).

La cosa che mi preme sottolineare, e ci torno sopra nuovamente, è che un obiettivo comune rafforza entrambi i gruppi; il suo raggiungimento premia entrambi i gruppi; la fatica che si può provare è messa al servizio di una causa comune in cui si crede e non in una lotta che produce solo divisione sociale senza portare a nulla.

Il modello che ci propongono è quello del bene collettivo che supera il bene individuale, senza che nessuno faccia una semplice riflessione sul fatto che la collettività (concetto peraltro puramente astratto) non esisterebbe, così come non esisterebbe la società, senza il singolo, senza l’individuo. È solo preservando questo che si preserva quella.

Come potrebbe esistere una società felice se formata da individui infelici?

Ma queste cose, così banali, non le pensiamo perché siamo troppo concentrati a farci la guerra; l’essere umano è stato trasformato da “‘individuo sociale’ a ‘individuo socializzato’, ossia da soggetto dotato di un’innata predisposizione alla convivenza e alla cooperazione sociale (socialità) a soggetto che ‘crede e obbedisce al codice morale della sua società e vi si inserisce come parte funzionante di essa’[29] (socializzazione). Alla consapevolezza dei rapporti di gruppo si sostituisce il rispetto forzoso di valori astratti che disciplinano questi rapporti; alla responsabilità che importa ogni relazione con gli latri si oppone l’adempimento passivo di doveri sociali consegnati come immutabili; all’istinto e alla sensibilità maturata nella partecipazione diretta alla vita di relazione si sovrappone la tecnica di un rigido addestramento sociale.

Il risultato non può essere che degenerativo. Pregiudicare la possibilità di una interazione attiva tra soggetti del mondo per favorire una loro semplice integrazione passiva ai valori dominanti non soltanto riduce ogni possibilità di partecipazione cosciente ad un proprio percorso di crescita (individuale, sociale, umano), ma smorza quella stessa partecipazione anche in termini di soddisfazione personale, di apertura alla vita, di gioia di esistere.”[30]

Come si diceva in apertura, questo breve scritto, non contiene nulla di nuovo; il mio compito è stato puramente compilativo. L’intento era quello di rendere palesi i meccanismi che governano le scelte, rendere chiaro come la paura può influenzarci; come la divisione crei lo scontro e la debolezza, una debolezza che non conviene a nessuno.

Se fossimo uniti, in un giorno potremmo far chiudere una banca che non si comporta eticamente; se fossimo uniti potremmo pretendere leggi sul lavoro più eque; se fossimo uniti potremmo pagare la tasse che dobbiamo e avere assicurati i servizi con la qualità che ci spetta.

In questi tempi di emergenza ho visto privati cittadini raccogliere fondi per gli ospedali, ospedali che, peraltro, già paghiamo profumatamente con le tasse e che hanno visto tagli miliardari da dieci anni a questa parte per rientrare nella stabilità europea; mentre di contro ho visto politici incapaci di prendere una posizione chiara, incapaci di tranquillizzare le persone, che sfruttano l’onda mediatica per spargere paura a piene mani; sono le persone che ci costringono a casa senza alcuna motivazione documentata e che continuano a prendere gli stipendi di sempre, in barba agli autonomi che non possono lavorare e agli operai e impiegati dipendenti che generosamente donano quanto possono nel Crowdfunding.

Mi preme sottolineare che quando scrivo che siamo chiusi in casa senza alcuna motivazione, non intendo negare che ci sia stata un’emergenza reale, e delle regioni e province molto colpite. L’emergenza c’è stata ed era reale, e credo che chiunque di noi fosse vicino ad ogni persona che ha perso qualcuno senza nemmeno la consolazione di una degna sepoltura, ma l’impatto del virus in determinate aree geografiche, i numeri di quelle aree e le procedure, andrebbero indagate in maniera approfondita in un’ottica che vada al di là della semplice spiegazione causale-virale.

Chiusi in casa senza alcuna motivazione documentata significa che la ragioni addotte finora, quelle di una ipotetica pandemia, non tengono. E lo dicono i numeri (Cfr. nota 22).

Si potrebbe parlare di sistema paese non organizzato, sanità distrutta dai continui tagli, risorse male amministrate, invece si parla del virus e lo si utilizza come capro espiatorio per lasciare in ombra le effettive insufficienze del Paese.

Potremmo essere uniti, invece siamo divisi e, spesso, poco informati; quindi chiunque può permettersi di fare qualsiasi cosa, i politici di continuare a mangiare; le aziende di continuare a sfruttare, le banche di continuare a strozzare.

Guardate che il meccanismo è sempre lo stesso, ciò che era stato fatto con il morbillo per introdurre la legge 119/2017 è stato semplicemente amplificato per creare, sulla base degli stessi processi cognitivi, terreno fertile per una misura ancora più invasiva.

Notizie e numeri falsati e manipolati, amplificazione mediatica, paura, creazione degli schieramenti, soluzione alla paura, imposizione coatta o tramite ricatto della soluzione a chi non è d’accordo.

Il vaccino anti influenzale obbligatorio per tutti, l’applicazione per tracciare i nostri movimenti sono solo la punta dell’iceberg.

Chi ci rimette, alla fine dei conti, siamo sempre noi, gli individui, indipendentemente dal credo religioso, dal colore della pelle, dal credo vaccinale, dall’etnia alla quale apparteniamo.

Ci rimettiamo perché crediamo che le differenze creino tra noi una distanza più di quanto le similarità possano creare coesione. E questa è una cosa profondamente triste.

L’unico invito che ho da fare, a chi avrà la bontà e la pazienza di arrivare fin qui, è quello di informarsi e informare, e di usare la conoscenza come un’arma: uno scudo per difendersi dalla superficialità che imperversa e una spada per attaccare l’ignoranza dilagante.   

Con il cuore.


[1] A tal proposito le riflessioni di Ivan Illich, in ognuno di questi ambiti, sono oltremodo pregnanti. SI veda, ad esempio: Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?; Nemesi medica. L’espropriazione della salute; Disoccupazione creativa; Per una storia dei bisogni.

[2] E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano, 1990, p. 59.

[3] Ibidem.

[4] Fonte: https://www.aifa.gov.it/documents/20142/241024/Comunicato_AIFA_N.387.pdf/9d2923ca-6dbd-9132-7604-a7de092e1317

[5] Ibidem, (corsivo mio N.d.A.).

[6] https://www.gov.uk/government/publications/measles-deaths-by-age-group-from-1980-to-2013-ons-data/measles-notifications-and-deaths-in-england-and-wales-1940-to-2013

[7] Per brevità cito dal sito https://www.giornalettismo.com/vaccinazione-giulia-innocenzi-fake-news-lorenzin/. Consiglio però vivamente la lettura del libro di Giulia Innocenzi che dà un quadro completo e imparziale del mutamento della legislazione vaccinale in Italia. G. Innocenzi, VacciNazione, Baldini+Castoldi, Milano, 2017.

[8] https://www.odg.it/il-codice-deontologico

[9] https://www.odg.it/testo-unico-dei-doveri-del-giornalista/24288

[10] J. London, Il tallone di ferro, Newton Compton, Roma, 2012, p. 99.

[11] Crisp R.J., Turner R.N., Psicologia sociale (2° Ed.), UTET, Novara, 2017, p. 446.

[12] Ivi, p. 150.

[13] Ivi, p. 256.

[14] Ibidem. (Grassetti miei N.d.A.)

[15] Ivi, p. 257.

[16] È stato peraltro dimostrato da esperimenti successivi come la pura e semplice categorizzazione (quindi la semplice formazione di gruppi che prescinda da qualsiasi elemento comune, al di fuori dell’appartenenza allo stesso gruppo) possa essere sufficiente a suscitare una bias intergruppo. Cfr. Il paradigma del gruppo minimo, ivi, pp. 258-261. 

[17] Ivi, pp. 120-122. La figura è presa invece da: https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_di_Asch#/media/File:Asch_experiment.svg

[18] Ivi, p. 123.

[19] E. Jünger, Op. Cit., p. 97.

[20] Come ha giustamente fatto notare Stefano Re. Cfr. https://stefano.re/lettera-a-chi-sostiene-lobbligo-vaccinale/

[21] Sulla manifestazione avvenuta a Pesaro a luglio del 2017 i giornali non hanno quasi detto nulla e, quello che hanno detto, lo hanno falsato, a partire dal numero dei partecipanti.

[22] E. Jünger, Op. Cit., p. 78.

[23] J. London, Op. Cit., p. 99.

[24] Nei primi quattro mesi del 2020 il totale nazionale che si può stimare intorno a 216 mila decessi sembra essere inferiore a quello dell’anno precedente (232 mila) e alla media degli ultimi cinque anni (231 mila).

In parole povere, in base ai dati pubblicati finora, non è morta più gente quest’anno rispetto agli anni precedenti in Italia nel suo complesso – fermo restando, ripetiamo, che in Lombardia, a Piacenza e altre province da fine febbraio c’è stata un mortalità tripla in media della media. Noi stessi siamo sorpresi di questo dato e siamo aperti a spiegazioni e correzioni che spieghino diversamente i dati che abbiamo rilevato dall’Istat. Insomma, si apra un dibattito libero, come avviene negli altri Paesi.

L’obiezione che il lockdown abbia ridotto la mortalità al punto di farla scendere persino sotto la media storica non sembra valida perché quella italiana è la seconda più alta del mondo per il Covid, con 338 morti per 1 milione di abitanti e tanti paesi che non hanno messo tutti agli “arresti domiciliari” come noi (Corea, Giappone, Taiwan, Hong Kong, Australia, Svezia) hanno mortalità inferiore a 90 morti per 1 milione. Anche paesi che hanno applicato una via di mezzo come l’Olanda e gli USA hanno mortalità dimezzata rispetto a noi. Sembra cioè poco plausibile che senza lockdown l’Italia avrebbe avuto una mortalità ancora più alta, visto che tanti altri paesi che lo applicano molto meno hanno anche molti meno morti. Del resto la Germania sta ottenendo ottimi risultati nel contenimento del virus con una politica che lascia molte libertà ai cittadini. Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/siamo-l-unico-paese-mondo-che-sta-distruggendo-sua-economia-e-sua-cultura-causa-virus-ADemZwK?utm_term=Autofeed&utm_medium=FBSole24Ore&utm_source=Facebook#Echobox=1587166349&refresh_ce=1

[25] https://www.repubblica.it/politica/2020/04/17/news/coronavirus_intervista_a_sileri_vaccino_m5s-254288553/

[26] In questo caso la persuasione si basa su quantità degli argomenti messi in campo (pensiamo a quante informazioni ci vengono letteralmente gettate addosso senza sapere se siano corrette o no) e impatto emotivo veicolato attraverso l’empatia con una minoranza utilizzata come catalizzatore.

[27] http://www.regione.lazio.it/bur/?vw=ultimibur# BUR datato 17/04/2020 (sottolineatura mia N.d.A.).

[28] Crisp R.J., Turner R.N., Op. Cit., p. 257.

[29] La citazione da “crede” fino a “essa” è presa dall’autore (v. nota successiva) da F.C., La società industriale e il suo futuro, Stampa Alternativa, Viterbo, 1997, p. 17. Il documento è scaricabile in formato pdf al seguente link: https://www.tmcrew.org/eco/primitivismo/unabomber.html

[30] E. Manicardi, Liberi dalla civiltà, Mimesis, Milano, 2010, p. 117.

2 commenti su “Italia: un esperimento di psicologia sociale

  1. Alessandra Rispondi

    Grazie per la sua interessante disamina. Volevo segnalarle che ho cercato di inviarle un commento, ma senza successo (non accetta la cifra. E richiamarle solo un piccolo errore prima del paragrafo il Conformismo, parola Scuola).
    Sul contenuto, una domanda: come far ragionare lo schieramento vittima dell’ignoranza, del conformismo e della paura instillata e non reale? Come portarlo a capire quale sia la verità? Un obiettivo comune, sì ma due modalità diverse per raggiungerlo. E i due gruppi sembrano arroccati ognuno sulle sue posizioni. Servirebbe, oltre che solidarietà e socialità, anche apertura di mente. E di cuore.

    • Valerio Fantin Autore articoloRispondi

      Salve Alessandra,

      Grazie per il tempo che ha dedicato alla lettura e per le sue osservazioni.

      Ho provveduto a correggere l’errore che mi ha gentilmente segnalato.

      Venendo alle sue domande, devo confessarle che la mia risposta ricalcherà – ma in maniera rovesciata – quella che è la sua chiusura, ossia quando Lei dice: “Servirebbe, oltre che solidarietà e socialità, anche apertura di mente. E di cuore.”

      Ma andiamo con ordine.

      Ho presentato lo scritto che Lei ha gentilmente letto all’amico Enrico Manicardi, esponente di spicco del primitivismo italiano, che sviluppa la sua filosofia a partire dalle analisi di John Zerzan, padre del primitivismo americano (http://www.enricomanicardi.it/). La sua risposta suona così (ne riporto una parte):

      “Purtroppo, non sono d’accordo con le conclusioni che hai tratto. Sono cioè convinto del fatto che il tentativo di utilizzare la cultura (quella della pacificazione, peraltro di vago sapore new age) per contrastare gli effetti divisori della cultura, sia non soltanto perdente, ma controproducente. Il problema non è che abbiamo visioni culturali differenti che possiamo annullare facendo finta che non esistano solo guardando a valori “più alti” e condivisibili. Il problema è che abbiamo visioni culturali differenti perché la Cultura in sé (il pensiero simbolico) è divisoria. Come dice Zerzan, la Cultura è la ideologia delle ideologie, e ogni frutto di essa ne è soltanto una eco. Dunque, le visioni culturali differenti nascono dal fatto che la cultura (in quanto ideologia) è per sua natura relativista. Allora, per andare alla causa del problema, occorre – secondo me – cominciare a mettere in
      discussione la dimensione simbolica, e non cercare di comporre forzatamente le differenze che essa impone (e cioè i suoi effetti). Se provassimo a mettere in discussione il nostro atteggiamento di rappresentazione simbolica della vita, potremmo provare a ritrovare un sentire/vivere/relazionarci il più vicino al “naturale”, e dunque condiviso perché naturale. In fondo, se ragionassimo come individui liberi e selvatici, nessuno di noi prenderebbe farmaci o si farebbe inoculare dei veleni a scopo terapeutico; e nessuno mangerebbe cibi non adatti alla propria fisiologia né assumerebbe atteggiamenti culturali come il dominio o la soggezione.
      E’ la civiltà il nostro problema, non gli effetti che essa ci riversa addosso. E la cultura è civilizzazione (saprai che in tedesco civiltà si dice anche Kultur). L’unità senza visione comune, senza empatia e senza complicità porta solo all’aggregazione (Aggregare, dal latino aggregàre, derivativo di grex gregis = “unire al gregge”).”

      In altre parole la divisione si potrebbe superare, superandone la causa, ossia la civiltà.
      Condivido il proposito e gli esiti di Manicardi, soprattutto nelle conclusioni, ossia laddove egli distingue l’aggregazione da una forma più alta di stare insieme, e cioè l’unità (lat. unīre, der. di unus «uno»).
      L’unità presuppone visione comune, empatia e complicità, tutte dimensioni che sembrano esser venute meno nei tempi che viviamo.
      In ogni scuola di ordine e grado vengono proposti seminari di “Educazione al sentimento”; passiamo giornate a mandare messaggi e scrivere mail in cui le nostre emozione sono espresse da emoticon che ci sostituiscono e ci condannano a non esprimere.

      Il passaggio obbligato risulta essere, per forza di cose, il recupero della propria dimensione emotiva, perché è su quella che si basa la nostra individualità ed è su quella che fanno leva le armi di distrazione di massa (vedi la comunicazione emotiva della propaganda – Breve disamina della propaganda).
      Il risultato di questo recupero sarà una chiarezza e consapevolezza di ciò che, in prima persona, si prova e, di conseguenza, di ciò che si può pensare senza condizionamenti.
      Attenzione però, ognuno è responsabile di sé stesso, ognuno può liberare solo sé stesso (come il mito della caverna ci insegna – Il mito della Caverna – Mito del “far credere”).

      Torniamo quindi all’inizio e alle sue domande: come si può arrivare agli altri e far capire, se il presupposto stesso di questo capire è un lavoro di presa di coscienza?
      Ovviamente non serve il proselitismo (razionale), ma l’esempio che si distingue dal proselitismo perché non è direttamente atto a convincere, ma rappresenta un’estrinsecazione di ciò che si è.
      Attraverso l’esempio insegniamo ai bambini; l’esempio con supporto (scaffolding) rappresenta una tra le strategie didattiche più valide; attraverso l’esempio insegniamo e impariamo.
      Nel nostro caso l’esempio potrebbe essere l’ascolto empatico dell’altro, l’accoglimento delle istanze diverse dalle nostre etc. ricordandoci che ogni visione è una narrazione possibile del reale (vedi il mio editoriale – Narrativa alternativa).
      La nostra apertura, il nostro esempio, dovrebbe provocare nell’altro la stessa apertura e la stessa disponibilità all’ascolto.
      Se ciò non dovesse avvenire, poco male, non tutti possono far propria l’esortazione conosci te stesso e, come già detto poco sopra, ognuno – per fortuna o purtroppo – può liberare solo sé stesso.

      In conclusione, la mia risposta, come detto in apertura, combacia con la sua ma in maniera rovesciata: servirebbe apertura di mente e di cuore per avere una visione comune, empatia, solidarietà e socialità.

      Ma prima di tutto il cuore: solo essendo consapevoli del pilota emotivo, possiamo formulare pensieri non condizionati.

      Grazie per le Sue riflessioni
      Valerio

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