Italianistan

Perché (…) avevano sopportato il malgoverno (…) così a lungo?

La risposta è semplice: non avevano altra scelta.

Il sistema giudiziario (…) è uno dei più impenetrabili del mondo, le carcerazioni arbitrarie sono frequenti (…)  i cittadini sono obbligati a denunciare qualsiasi critica espressa o inespressa che intercettino (…)  per questo la maggior parte della gente si rifiuta di parlare di politica tout court.  

Oltre a lunghe pene detentive, le voci critiche rischiano il ricovero in clinica psichiatrica e di essere assopite con i farmaci (…)

Italianistan

Sembra si parli dell’Italia e invece si parla del Turkmenistan dove però hanno almeno la fortuna di avere energia elettrica, gas e sale gratis. Parliamo del paese dove l’opposizione è costretta alla gogna giudiziaria, come da noi abbiamo scoperto fare la magistratura, con buona pace de “La giustizia è uguale per tutti”. Parliamo del Paese dove c’è connessione internet ma i social sono banditi (mentre da noi sono controllati dalla censura mainstream) e dove a scuola si leggono i libri scritti dal presidente, che sostituiscono i testi scolastici, un po’ come da noi vogliono fare con il patto per la scienza (Sic!) e con il comitato tecnico-scientifico.

Strani parallelismi, insomma, tra il nostro paese e una delle dittature più aspre del globo.

Italianistan.


E. Fatland, Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale, Feltrinelli, Milano, 2020, p. 57.

1 commento su “Italianistan

  1. Massimiliano Rispondi

    Diverse attuali propose di legge ci avvicinano sempre più a questa inquietante realtà attraverso strumenti democratici in mano a rappresentanti “eletti” che di fatto rappresentano se stessi per conto di lobby innominabili. Leggiamo nelle cronache politiche più recenti proposte di legge di governatori intraprendenti al quanto imbarazzanti che cercano di aggirare la costituzione in funzione di interessi non noti o quanto mento secretati. Tra queste si annoverano le più tristi e recenti dell’ultimo anno a partire dalla PDL 143 del 2019 della Regione Lazio, che avrebbe voluto escludere dalla scuola dell’obbligo, anche quei ragazzi che per questioni di salute non possono essere vaccinati. Più recentemente e più a nord si parla di TSO nel contesto dell’epidemia ormai fantasma e spettrale (in quanto curabile) del Coronavirus. A sud seguendo l’esempio della Regione Lazio, che rilancia sul tema vaccinale anche quest’anno, un ulteriore obbligo per Anti Influenza e Meningococco viene “ordinato” da diversi governatori in più regioni, sulla base di un impalcatura scientifica inesistente e incomprensibile. Al contempo al centro, nella capitale i nostri parlamentari e senatori si distinguono con un ampio Parter di proposte di legge censorie o addirittura penali, come l’ultima che vorrebbe iscritto il reato di isolamento sociale e di “istigazione alla rinuncia o al rifiuto dei trattamenti sanitari”. Viene da chiedersi come mai tutto questo gran da fare legislativo transiti troppo spesso per la via dell’imposizione di ulteriori trattamenti sanitari. Evidentemente come scrisse il noto filantropo per antonomasia «Un virus e non la guerra ucciderà milioni di persone». Si vuole consolidare nell’opinione pubblica, nell’immaginario collettivo direi, lo spettro di un nemico comune da combattere attraverso la coercizione, l’imposizione di un pensiero unico ascientifico dominante, un nuovo dogma laico in grado di scavalcare anche quei principi fondanti di vicinanza, fratellanza e auto sussistenza alla base della cultura europea e più in generale del mondo occidentale. Più propriamente si vuole coniare un nuovo significato per la parola libertà. Il presidente Mattarella se ne rende subito protagonista specificando in questi giorni che libertà “non vuol dire essere liberi di contagiare il prossimo”. Allora se a dirlo è il massimo rappresentante istituzionale non ci resta che rettificare il dizionario adeguandoci ad una nuova forma di “Libertà Limitata” che ci avvicina molto più di quanto sembra al Turkmenistan, ma non ci possiamo fare nulla se non raccontare un giorno che verrà che non avevamo altra scelta.

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