Profondamente: un cammino interiore verso la profondità e, quindi, verso la vetta. Provate a girare l'immagine

Profondamente è un progetto e un cammino che nasce nel punto di intersezione di varie teorie ed esperienze che, nel corso della mia vita, ho incontrato, studiato e sperimentato.

Emozioni, affetti e linguaggio.

Il punto di partenza di Profondamente è la ferma convinzione che ciò che ci abita (pensieri, modelli, preconcetti, condizionamenti etc.) prenda forma e venga esternato affiorando, forse per la prima volta, alla coscienza, solo nel lavoro dialogico. In questo contesto quale portiamo avanti una rielaborazione delle emozioni dandogli, con il linguaggio, la forma di sentimenti. A tale proposito è stato elaborato un modello che tenga conto del parallelismo fra regolazione affettiva e meccanismi neurobiologici, ossia della dimensione implicita (ciò che facciamo in modo irriflesso) e esplicita (trasformazione consapevole delle esperienze in parole) degli affetti. In tale ottica parliamo di:

  • Emotions: gli affetti si manifestano attraverso la componente biologica, mediante pattern neuro-fisiologici di risposta non-verbale, per lo più determinati da predisposizioni genetica;
  • Feelings: gli affetti si manifestano attraverso la componente psicolgica, mediante pattern esperienziali di risposta, determinati da schemi individuali e fattori psicoevolutivi.

L’ipotesi che soggiace a tale schematizzazione sostiene che la consapevolezza degli affetti come Feelings e dei pensieri, ricordi e fantasie ad essi connessi, facilitino la modulazione dell’attivazione emotiva (Emotions) indotta da situazioni e eventi stressanti e/o conflittuali.[1] 

In altre parole, saper riconoscere le nostre emozioni e dargli una forma e un’organizzazione, nel contesto di un dialogo interno ed esterno, ci può aiutare a creare un abito mentale in grado di vagliare le emozioni che si attivano in una determinata situazione e dargli la giusta collocazione il che significa attribuirgli un determinato significato e un certo peso.

Set e Setting.

L’esperienza dialogica si inserisce in un contesto ben determinato, all’interno del quale prendono vita innumerevoli relazioni. Se procediamo per gradi di evidenza troveremmo al primo posto la relazione tra i due parlanti, ad un livello intermedio quella con l’ambiente circostante (accogliente, luminoso, rumoroso, tetro, freddoetc.) che condiziona il dialogo in corso e, ad un livello più implicito e rarefatto, quella dei parlanti con sé stessi: a posteriori, in concomitanza con il dialogo, con le proprie emozioni suscitate da ciò che viene detto e a priori – quindi indipendente dal confronto non ancora intrapreso – con le proprie speranze e aspettative circa il dialogo stesso.

A questo proposito è utile mutuare due termini provenienti da un ambito teorico e di ricerca totalmente diverso: Set e Setting.

I due termini sono stai coniati da Norman Zinberg[2] nell’ambito della ricerca sulle sostanze psicoattive:

  • Set: questo termine indica sostanzialmente lo stato d’animo con cui ci si approccia all’esperienza psichedelica e comprende tutte le varianti relative agli stai mentali (paure, ansie, bisogni, fantasie, desideri etc.), così come lo stato e fisico della persona;
  • Setting: con questo termine si identifica sostanzialmente il contesto in cui si svolge l’esperienza, quindi sostanzialmente il luogo con tutte le sue caratteristiche (grandezza della stanza, disposizione dei mobili, colore delle pareti, accessibilità, temperatura, presenza di altre persone etc.).  

Per i nostri scopi, ciò che mutuiamo e importiamo dalle definizioni di Set e Setting è l’importanza dello stato mentale, inteso sia come aspettative legate al dialogo filosofico, sia come stati emotivi che ci spingono al dialogo, e l’importanza del luogo al livello di contesto e contenitore dell’esperienza dialogica.

L’importanza del contesto.

Per l’impostazione del contesto ci rifacciamo a studi portati avanti nell’ambito della psicologia dello sviluppo, nella fattispecie agli “effetti delle caratteristiche fisiche degli ambienti scolastici sia sui processi di insegnamento e apprendimento sia sul benessere di studenti e insegnanti”.

(…) Ogni tipo di apprendimento ha bisogno di un ambiente adeguato che lo supporti. Pertanto, al contrario di come nella maggior parte dei casi avviene, il luogo dove si realizzano insegnamento e apprendimento dovrebbe essere coerente con  i contenuti, i destinatari, il metodo e le strategie didattiche adottate; (…) la psicologia ambientale ha dimostrato che determinati luoghi apportano benefici psicologici alle persone e in particolare tale effetto è dato dagli ambienti naturali, che permettono di ridurre lo stress, attivare stati emotivi positivi e migliorare la concentrazione. Questo effetto di benessere viene chiamato restorativeness (…).[3]

Tale prestito risulta motivato nel momento in cui il dialogo filosofico si pone come un processo in cui dare e ricevere motivazioni di ciò che viene argomentato e, per ciò stesso, in cui si impara, eventualmente, a riconoscere le fallace del proprio pensiero, i propri pregiudizi e preconcetti che influenzano negativamente lo svolgimento del quotidiano. Questo apporto, ovviamente, è bidirezionale: il facilitatore mette in gioco se stesso e le proprie idee (in senso ampio) nell’operazione e ne uscirà, in un modo o nell’altro, diverso da come era all’inizio, non fosse altro che per l’aver aumentato quantitativamente e qualitativamente la propria esperienza. Per il dialogo filosofico è perciò necessario un Setting adeguato che può anche trasformarsi, in base alle esigenze e alle richieste della situazione dialogica, in un dialogo itinerante in cui portare se stessi in un contesto più ampio che stabilisca nuovi legami di significato e che dia, con la sue caratteristiche ambientali, la  possibilità di un ristoro esistenziale.

La complessità dello sviluppo.

Lo sviluppo e la strutturazione della persona, in quanto inseriti all’incrocio di diversi sistemi, si configurano come complessi e articolati; occorre perciò avere chiara la situazione contestuale di vita a 360° per poter capire l’origine delle idee che ci abitano. In maniera schematica potremmo sintetizzare come segue questo processo:

AMBIENTE > ADATTAMENTO > SVILUPPO

L’ambiente in cui nasciamo, cresciamo e apprendiamo è costituito da diverse dimensioni che caratterizzano il nostro adattamento – o meno – ad un determinato contesto e, di conseguenza il nostro sviluppo o, al contrario, determinati blocchi.

Per descrivere la complessità dell’ambiente in cui la nostra quotidianità si svolge facciamo riferimento alla teoria della persona-nel-contesto, o teoria ecologica, di Bronfenbrenner:

(…) l’ambiente è organizzato in una seria gerarchicamente ordinata di contesti o sistemi, inclusi l’uno nell’altro (…) Il contesto più vicino al bambino, di cui fa esperienza personalmente, è il microsistema: ne sono esempi tipici la famiglia, la scuola e il gruppo di coetanei (…) con cui il bambino interagisce direttamente e quotidianamente. (…) I microsistemi sono anche luoghi fisici che influiscono sullo sviluppo del bambino: il quartiere in cui risiede la famiglia o quello della scuola frequentata, l’edificio scolastico e le sue caratteristiche, e il tipo di interazioni e attività che caratterizzano tali luoghi.[4]

I microsistemi – il loro portato esistenziale – sono quindi i primi sistemi con i quali il bambino si relaziona e che influiscono su di lui. Essi vanno a sovrapporsi sull’individuo e nell’individuo nella misura in cui, taluni aspetti, vengano o meno introiettati dal soggetto.

Il mesosistema è il livello di interazione tra i microsistemi, e tra questi e l’esosistema, che definisce la macrodimensione in cui la vita scorre e si compie e con i quali il bambino non entra in contatto diretto (p.e. il datore di lavoro dei genitori, il terapeuta e tutte quelle figure che compaiono ad influenzare la quotidianità dei genitori senza che il bambino vi abbia un contatto diretto.

Il macrosistema, come penultimo livello di integrazione, “si riferisce a valori, ideologie, scelte politiche e caratteristiche culturali del gruppo o sottogruppo socioculturale (la società e la classe sociale) a cui appartiene il bambino; esso comprende tutti gli altri sistemi”.[5] 

Infine troviamo il cronosistema che si configura come la dimensione del tempo storico che influenza tutti gli altri sistemi; “il tempo è quindi una proprietà dell’ambiente e non solo delle persone”.[6]

Schema dei Sistemi secondo Bronferbrenner

Profondamente.

Per render conto di questa complessità ho cercato di fare ordine separando le credenze introiettate dai propri pensieri e convinzioni, i condizionamenti dal proprio sentire, la correttezza dalla fallacia logica. Da questa operazione di riordino nasce Profondamente, metodo in 5 passi per la presa di coscienza e rielaborazione di singole contingenze problematiche.

Il metodo Profondamente si basa su una commistione tra l’approccio di Lou Marinoff[7] orientato in chiave più filosofica e l’approccio cognitivo-comportamentale di Albert Ellis[8]; quello che ne scaturisce è un metodo a 5 “E”:

1 – Evento: ricostruzione cognitiva dell’evento. A partire da come ricostruiamo l’evento in chiave dialogica, iniziando dalle parole che usiamo, è possibile effettuare una prima “scansione” della nostra percezione dell’accaduto;

2 – Emozioni: presa di coscienza dell’impatto emotivo dell’evento e ulteriore verbalizzazione (secondo il modello Emotions e Feelings di cui sopra). In questo passaggio è di fondamentale importanza capire e sentire come le nostre convinzioni si leghino a determinate emozioni (per esempio un torto subito alla rabbia, una gratificazione alla soddisfazione etc.);

3 – Esame critico: in questa fase, attraverso l’analisi della ricostruzione dell’evento e della sua portata emotiva – esplicitata attraverso la verbalizzazione –, andiamo a esaminare le nostre credenze, ossia quei “filtri” che agiscono spesso in maniera automatica e irriflessa, e che regolano la nostra percezione del significato di alcuni eventi in relazione al nostro benessere. Tali “filtri” impliciti devono essere portati alla luce con la verbalizzazione e, attraverso un esame critico, spogliati della loro valenza condizionante. È questa la fase in cui nascono nuove prospettive, in cui gli eventi problematici acquistano configurazioni nuove che ci permettono di valutare in maniera diversa ciò che ci accade.

Potremmo dire con Epitteto che “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti”, estremizzando poi con Nietzsche: “Non ci sono fatti, solo interpretazioni” – se così stanno veramente le cose, capiamo bene che la chiave di volta è data dalla nostra lettura della realtà, che non è mai un passaggio meramente passivo ma, configurandosi come assimilazione, incorpora una parte attiva di interpretazione e introiezione, uno sforzo che chi si confronta con l’esterno fa, in maniera il più della volte inconsapevole ma che – grazie al pensiero critico – deve diventare un meccanismo consapevole di vaglio della realtà e delle nostre acquisizioni su di essa.

4 – Esperire l’assenso: l’emozione e la ragione che, da quanto emerso nel punto 4, potrebbero essere forze in conflitto, vanno riallineate.

Secondo il cognitivismo neostoico (…) le emozioni sono valutazioni implicite del significato di certe cose (situazioni, eventi, persone ecc.) in relazione al nostro benessere.[9]

Qui benessere non è da intendere in maniera egocentrica, bensì come la percezione di qualcosa (che può riguardare anche altre persone) come significativo per noi. Il fatto che le emozioni siano poi definite come valutazioni ne sottolinea la valenza cognitiva.

L’emozione è una valutazione implicita o un’appercezione del significato di una situazione per il nostro benessere (…) Secondo la dottrina storica noi possiamo, però, dare o meno l’assenso all’emozione sentita: possiamo approvare l’impressione su cui si costituisce, oppure negarne la validità ed estinguere – o almeno moderare – l’ emozione in questione. Poiché nel primo movimento la valutazione era implicita, per renderla oggetto di un giudizio razionale (l’assenso) occorre però ridescriverla a livello esplicito, ossia nel formato del codice verbale. (…) Allora il rapporto tra ragione e passione diventa il rapporto tra due tipi di giudizi: immediato il primo, riflessivo il secondo, il quale può correggere il primo giudizio e ristrutturare l’emozione, moderandola o modificandola. (…) è un sentimento di secondo ordine: generalmente più pacato e raffinato da una migliore comprensione della situazione.[10]

Riassumendo:

(…) rispetto a situazioni che perturbano l’animo, occorre la capacità di esaminare razionalmente se la valutazione implicita nel proprio turbamento è fondata o meno.[11]

In questa fase abbiamo perciò il completamento della fase precedente: lì venivano analizzate le premesse che creavano il disagio ed elaborate nuove prospettive; qui è nostro dovere compiere un atto razionale di concessione del nostro assenso alle nuove linee che abbiamo definito nel punto precedente;

5 – Enfatizzazione: questo livello si pone in relazione con quella che Ellis definiva energizzazione[12] e comporta una contestazione attiva ed energica, “propagandistica”, contro le false credenze, nella convinzione che il ragionamento e la critica risultino insufficienti se, anche dopo aver giudicato in maniera diversa le cose, non riusciamo a sentire diversamente. Il mio punto di vista è leggermente diverso e consiste nel separare il cognitivo dall’emotivo.

Nel punto 5 abbiamo visto come anche le emozioni, se tradotte in parole, siano passibili di venir giudicate e assecondate tramite assenso. Quando creiamo nuove prospettive e a queste diamo il nostro assenso, spogliandoci di quelle passate, abbiamo fatto un primo passo che potrebbe mitigare le vecchie emozioni e correggerle dandoci una tregua dal turbamento provato quando tutto era implicito.

Tale passo non potrebbe però essere sufficiente quando si tratta di tradurre il nuovo atteggiamento in comportamento; a questo stadio del lavoro dobbiamo – come detto sopra – separare l’emotivo dal cognitivo ed enfatizzare quest’ultimo: se aspettiamo di essere emotivamente pronti a fare qualcosa, potremmo aspettare in eterno immobili nell’inazione.

Il momento cognitivo va enfatizzato, repetita iuvant: la consapevolezza e convinzione razionale del fatto che una cosa sia giusta è già una ragione sufficiente per agire e comportarmi in maniera diversa; l’emotività, che in una prima fase, potrebbe soffrirne, presto si allineerà con il nuovo atteggiamento. Una dissonanza cognitiva potrebbe essere il sintomo di questa fase di non-equilibrio, ma del tutto passeggera.


[1] V. Lingiardi, F. Gazzillo, La personalità e i suoi disturbi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014, pp. 849-50.

[2] N.Zinberg, Drug, set, and setting, Yale University, 1984, ed. it., Droga, set e setting, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2019.

[3] L. Barone (a cura di), Manuale di psicologia dello sviluppo, Carocci, Roma, 2019, pp. 43-44.

[4] L. Barone, Op. cit., pp. 39-40.

[5] Ivi, p. 40.

[6] Ibid.

[7] L. Marinoff, Platone è meglio del Prozac, Pickwick, Milano, 2013, pp. 57-75.

[8] A. Ellis, L’autoterapia razionale emotiva, Erickson, Trento, 1993.

[9] M. Baldacci, Trattato di pedagogia, Carocci Editore, Roma, 2019, p. 169.

[10] Ivi, pp. 170-171, corsivo mio.

[11] Ivi, p. 367.

[12] A. Ellis, Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1989.