Chi ci difenderà da chi ci dovrebbe difendere? – Psicologia dell’obbedienza

25 aprile 2020 – Dovrebbe essere un giorno di festa, dovrebbe essere la festa della libertà riconquistata invece, dopo settantacinque anni, ci dirigiamo verso una nuova tirannia, verso una nuova oppressione, verso tempi bui.

La psicologia che sta dietro all’artificio è stata indagata altrove, ciò non toglie che è stato tutto architettato in maniera eccelsa.

Nel giorno della Liberazione nazionale abbiamo visto le scene consuete, che da giorni si rincorrono sui nostri telefoni: video che mostrano le forze dell’ordine usare violenza fisica contro cittadini, colpevoli forse di aver fatto le proprie rimostranze per la situazione in cui siamo costretti a vivere.

Immaginiamo un disoccupato, con magari un affitto o delle spese fisse che non riesce a pagare, che non può cercare lavoro nella situazione attuale. A questo individuo, che cerca di sopravvivere come può, perché lo Stato è completamente assente, magari viene voglia, tanto per zittire i pensieri, di farsi una passeggiata solitaria munito di mascherina, guanti e tutto l’occorrente per sterilizzarsi. Cosa potrà succedere qualora incappasse nelle forze dell’ordine che, ormai, si sono rivelate schiere di meri esecutori, apparentemente senza coscienza, giudizio, empatia? Sicuramente sarebbe multato. Poco conterebbe la propria sfortunata situazione. In un’occasione del genere chiunque, colto dalla disperazione, sbotterebbe, lasciando libero sfogo al proprio malcontento.

In un’occasione simile non sarebbe anomalo veder estrarre i manganelli, per zittire almeno la bocca, senza poter spegnere quelle idee che tanto danno fastidio perché – forse anche al più bieco esecutore – risvegliano un minimo di coscienza.

Ma dove risiede questa cecità di chi esegue?

Stanley Milgram nel 1963, volendo indagare cosa avesse spinto i soldati tedeschi a compiere gli atroci gesti, dando seguito a ordini dall’alto, ideò un esperimento per indagare l’obbedienza.

Milgram concepiva l’esperimento come un tentativo di risposta alla domanda: “È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?”[1]

L’esperimento di Milgram

I partecipanti furono selezionati in maniera casuale tramite annuncio e lettere inviate ad indirizzi presi dall’elenco del telefono. Ufficialmente si trattava di uno studio degli effetti dei rinforzi negativi (punizione) sull’apprendimento; tale compito era però fittizio.

Per ogni sessione venivano selezionati due partecipanti, l’insegnante e l’allievo. Con una modalità che sembrasse casuale, venivano estratti i partecipanti per diventare “insegnanti” mentre gli “allievi” erano finti partecipanti, attori d’accordo con lo sperimentatore.  

Al momento di assumere ognuno la propria postazione, l’allievo-complice rendeva noto di avere 50 anni e di essere cardiopatico; lo sperimentatore rassicurando sul fatto che ciò non costituisse un problema, legava l’allievo-complice alla sedia e attaccava gli elettrodi.

Lo svolgimento dell’esperimento era il seguente: l’ “insegnate” leggeva coppie di parole che l’allievo-complice doveva imparare a memoria; nella fase successiva l’insegnante ripeteva le coppie, enunciando un solo termine e l’allievo-complice aveva il compito di accoppiare la parola che in precedenza vi era abbinata; l’insegnante doveva poi verificare la correttezza della risposta e punire l’eventuale errore con una scossa sempre crescente. Si saliva dai 15 volt del primo errore fino ai 450 volt dell’ultimo.

All’inizio, per dare un tocco di veridicità alla cosa, anche l’insegnante riceveva una piccola scossa da 15 volt, per rendersi conto dell’entità della scarica iniziale.

Durante il compito, l’allievo-complice che rispondeva da una stanza separata, commetteva anche volontariamente errori, in modo che Milgram potesse annotare le reazioni del partecipante nei vari step dell’esperimento, che “erano di questo tipo:

  • A 150 volt l’allievo chiedeva di essere slegato, gridando “Dottore! Adesso basta! Fatemi uscire da qui…ho veramente paura per il mio cuore. Mi rifiuto di continuare!”.
  • A 180 volt l’allievo gridava di non riuscire più a sopportare il dolore.
  • A 300 volt l’allievo si rifiutava di rispondere oltre, e lo sperimentatore diceva di trattare il suo rifiuto come risposta sbagliata.
  • A ogni scossa successiva l’allievo gridava di dolore, per non reagire più oltre i 330 volt. L’ultimo interruttore portava la scritta “450 volt: XXX – Pericolo!”.

Milgram voleva scoprire fino a che punto si sarebbero spinti i partecipanti. Leggendo il copione, risulta quasi inconcepibile che i partecipanti avessero potuto tranquillamente continuare a sottoporre il povero allievo a quel trattamento, considerate tutte le proteste e l’evidente problema medico subentrato a 300 volt.

Milgram voleva una conferma all’ipotesi secondo la quale delle persone ragionevoli si sarebbero rifiutate di obbedire a ordini tanto irresponsabili.

Prima dell’esperimento, aveva chiesto ad alcuni studenti, adulti di classe media e psichiatri, di fare delle previsioni. Tutti avevano previsto che i partecipanti si sarebbero rifiutati di continuare molto prima del limite di 450 volt.

In realtà secondo gli psichiatri solo lo 0,1% dei partecipanti avrebbero obbedito completamente allo sperimentatore; tale comportamento sarebbe stato sicuramente indicativo di qualche tipo di problema mentale che ci si aspetterebbe di trovare solo in una minima frazione della popolazione.

Ma Milgram scoprì con il suo esperimento un aspetto clamoroso. (…) A 210 volt tutti avevano previsto che la maggior parte dei partecipanti, l’86%, avrebbe dovuto rifiutarsi di continuare, e questo molto dopo che l’allievo aveva segnalato di soffrire di cuore e aveva gridato di dolore. Ci si sarebbe aspettato che nessuno avrebbe continuato a tormentare quel poveretto: in realtà, a 210 volt neppure un partecipante si era sottratto al compito.

Dopo questo limite, alcuni partecipanti cominciarono a interrogare lo sperimentatore sul da farsi, ma solo una piccola minoranza di essi.

A 315 volt il 96% dei soggetti avrebbe dovuto desistere, ma l’aveva fatto solo il 22,5%.

A questo punto l’allievo emetteva forti lamenti a ogni scossa ricevuta. Complessivamente, il 65% dei partecipanti (24 su 30) obbedì allo sperimentatore fino a somministrare la scossa della massima intensità, 450 volt, contrassegnata con la scritta “450 volt: XXX – Pericolo!”.[2]

Spiegazione dell’obbedienza

Per Milgram, nei contesti dove il tasso di obbedienza è elevato entrano in gioco tre fattori principali:

  1. Una norma culturale diffusa secondo la quale si obbedisce all’autorità e gli individui sono generalmente premiati quando sono ubbidienti; inoltre, ci si aspetta che le figure legate all’autorità siano giuste e degne di fiducia;
  2. Richieste graduali: le richieste di obbedienza ad azioni sempre più riprovevoli sono meno avvertite e condannate se crescono gradualmente;
  3. Cambiamento nello stato di agente per cui le persone non si consideravano più personalmente responsabili, ma attribuivano la responsabilità ad altri individui presenti nel contesto.

Indovinello in chiusura

Benché si possano notare non poche affinità con l’attuale situazione, ci salva il fatto di vivere, sulla carta, in uno Stato di diritto…o no?!?


[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_di_Milgram

[2] Crisp R.J., Turner R.N., Psicologia sociale (2° Ed.), UTET, Novara, 2017, pp 138-140. (Corsivo mio N.d.A.)

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